La LYMB Familia: un racconto crudo e senza filtri della vita in Provincia.
Le contraddizioni e ipocrisie della provincia di Varese trovano voce nella LYMB Familia. Fuori da qualche settimana con l’album “Spirito Santo”, Vmaki e Macrom ci hanno raccontato il loro percorso: da come si sono conosciuti e i primi pezzi registrati in garage, al rapporto con Massimo Pericolo e l’entrata in Polo Nord, la sua nuova etichetta. Uno spaccato reale della vita locale tra fratellanza, bar di paese, storie di chi ce la fa e di chi cerca conforto nelle dipendenze.
Ciao ragazzi. Partiamo dalle radici della LYMB Familia. Da quanto tempo vi conoscete, come vi siete incrociati la prima volta e in che momento esatto avete deciso di dare forma a questo progetto insieme e per cosa sta LYMB Familia?
Macrom: Qui in zona, in provincia di Varese, prima c’erano tutti i punti di ritrovo tra ragazzi, ogni paese aveva il suo e la sua compagnia. Io, di Besozzo, mi beccavo con gli altri al faro, un posto qui a Besozzo. Poi c’erano quelli di Cittiglio, Caravate, Cocquio, Leggiuno ecc… Spesso c’erano delle faide tra i ragazzi di paesi differenti, ma per delle cazzate: magari uno di Caravate doveva soldi a uno di Gavirate, chi si faceva la tipa di uno dei nostri o viceversa. Quindi c’era questa cosa di partire e invadere quelli del paese in questione e saccagnarci di botte. Forse la prima volta che ci siamo visti è stata in questi contesti.
Poi, una volta, un mio amico disse che stava andando a Caravate, dietro al cimitero a beccare dei soci, e paradossalmente ho conosciuto Vmaki con un suo amico che ora purtroppo non c’è più e ci siamo fumati la nostra prima canna insieme. Da lì, per una decina d’anni non ci siamo mai più visti. Arrivavamo già entrambi da contesti rap, ognuno aveva il proprio collettivo, poi sempre tramite un altro amico che ora non rappa più ci siamo beccati nello studio di Vmaki — che era un garage dove letteralmente pioveva dentro e coltivava erba — ad ascoltare svariati pezzi. Da lì abbiamo iniziato a stringere un legame sia personale che musicale e abbiamo pensato di unire le forze e creare LYMB, che sta per Love You My Bro. Per noi è la famiglia, è l’unione che c’è tra fratellanza e passione, è un credo per chi c’è sempre nel momento del bisogno.
Facciamo un passo indietro al vostro imprinting musicale. Come e quando vi siete avvicinati all’Hip-Hop e al rap in particolare? Quali sono stati gli ascolti e le influenze che vi hanno formato all’inizio, e quali invece vi ispirano oggi?
Macrom: Ho sempre avuto la passione della musica da quando ne ho memoria, approcciando al rap nell’adolescenza mi sono appassionato sin da subito, iniziando a scrivere i primi testi come flussi di coscienza per puro sfogo, è sempre stato per necessità e lo è ancora ad oggi.
Sono una persona solitaria e tendo a rimanere chiuso in me stesso, il rap mi aiuta a tirare fuori quella parte di me che vuole nascondersi dal mondo. Scrivo per lo più trainato dalle emozioni, per i sognatori come me che non hanno intenzione di arrendersi.
L’hip-hop ha sempre fatto parte della mia vita sin da piccolo, mio fratello ascoltava gli Articolo 31 e da lì è partita la curiosità, per poi scoprire i Club Dogo, Fabri Fibra ed è diventata una passione. Più avanti mi sono spostato solo sul rap americano, ascoltando A$AP Rocky, XXXTentacion, Lil Wayne, Lil Uzi Vert e altri, mentre ad oggi mi ispiro ad artisti soul come James Brown, Stevie Wonder, Ray Charles.
Vmaki: Ho iniziato ad ascoltare rap che avevo otto-dieci anni. La prima cosa che mi ricordo è Mondo Marcio, grazie al padre di un mio amico che metteva sempre il suo disco in stereo. Eravamo piccoli, andavamo a scuola insieme. Poco dopo mia sorella ascoltava Tradimento di Fabri Fibra, con “Vaffanculo”, e anche lì mi sono avvicinato ancora di più al rap. Era un periodo diverso: internet praticamente non esisteva come oggi. Si scaricava qualcosa con eMule, con la linea telefonica che ti costava un patrimonio, oppure ci si passava i CD masterizzati. Io ero piccolo e recuperavo dischi dagli amici più grandi di mia sorella.
Verso i tredici-quattordici anni ho iniziato a scrivere. A casa vivevamo una situazione un po’ complicata e io, da ragazzino, facevo fatica a parlare di quello che avevo dentro, anche per via di alcune esperienze traumatiche. I miei volevano portarmi dallo psicologo, ma all’epoca era ancora una cosa vista male: sembrava che ci andassero soltanto i matti. Era proprio lo stereotipo dello “strizzacervelli” e, da ragazzino, avevi anche paura che gli altri ti prendessero per il culo se lo avessero saputo. Così ho iniziato a scrivere sui fogli. Non rappavo nemmeno, era semplicemente il mio modo di sfogarmi e riuscire a esprimere cose che a voce non riuscivo a dire. Crescendo mi sono costruito la mia cultura musicale: Rakim, Nas, N.W.A., Eazy-E, Ice Cube e tutta la West Coast, fino a Tupac, di cui ero fan in maniera quasi esagerata. Mi ricordo che, per quanto fossi preso dalla faida con Biggie, io dovevo stare dalla parte di Tupac, quindi Biggie quasi non riuscivo ad ascoltarlo. Per quanto riguarda l’Italia, ascoltavo Maxi B, Ape, Palle e Lana, che erano della nostra zona, e Fritz da Cat. Poi sono arrivati Neffa, i Co’Sang, i Club Dogo e altri nomi della scena, come i Sangue Misto, gli Articolo 31 e i Sottotono. Ascoltavo anche Stokka e MadBuddy, Ensi, Nesli, Nex cassel
Attualmente ascolto molto i Clipse, perché il loro nuovo album spacca un botto, ma anche Joey Bada$,AAP Rocky e Freddie Gibbs. In realtà, però, ascolto un po’ di tutto, anche al di fuori del rap: Phil Collins, Oasis, Red Hot Chili Peppers, Sade, Miles Davis, Sting. Mi piace proprio la musica in generale. Anche i miei genitori da piccolo ascoltavano tanta musica di quel tipo, quindi sono cresciuto anche con quei suoni e ancora oggi me li porto dietro.
Nella vostra musica si respira un attaccamento fortissimo alla provincia di Varese. Il vostro è un racconto senza filtri, reale: da una parte l’etica del lavoro e la terra ricca di imprese, dall’altra i lati più oscuri come le ipocrisie, lo spaccio, la criminalità organizzata, fino ad arrivare alle tossicodipendenze e alla depressione. Come vivete questo contrasto sulla vostra pelle e come ve lo spiegate? Quanto influenza la vostra scrittura?
LYMB (Macrom & Vmaki): Siamo cresciuti qui, quindi inevitabilmente c’è questo attaccamento alla zona, è un rapporto di amore e odio. Ci sono giorni in cui vorresti andartene, poi quando sei, per dire, in un altro posto per vacanza o per lavoro, non vedi l’ora di tornarci perché ti senti fuori contesto, un topo in città. Quindi conosciamo bene sia la parte bella della provincia che quella più marcia: da una parte chi cerca di fare una vita onesta faticando ad arrivare a fine mese, senza avere mai alcuna soddisfazione, e dall’altra chi vive in mezzo a una strada cercando sollievo in qualche dose. Anche noi siamo dentro questa realtà, non la raccontiamo da fuori. E probabilmente è questo che influenza di più la nostra scrittura: quello che vediamo, quello che viviamo. Molte persone pensano che non parlare di un problema faccia sì che quel problema non esista. Comunque il rap è nato come strumento per denunciare dei malesseri, dei problemi; noi cerchiamo semplicemente di raccontarli senza abbellirli.
Parliamo dell’ultimo disco, quello targato LYMB Familia, “Spirito Santo”. Come ha preso forma questo progetto? Raccontateci la genesi dell’album, le scelte dietro alle produzioni e come avete selezionato i featuring che ne fanno parte.
Macrom: In un momento in cui stavamo continuando ad accumulare singoli, abbiamo sentito il bisogno di creare un progetto per necessità e tirare fuori le nostre capacità. Abbiamo lavorato in due, parola per parola, su alcuni brani, ed altri li abbiamo iniziati singolarmente per poi finirli insieme. Per quanto riguarda le produzioni, sono state trovate su YouTube — che ormai, per quanto possa sembrare triste, dentro c’è il mondo. Abbiamo optato anche per far rifare il beat, ma ogni volta che si fa questo procedimento si va a perdere l’enfasi della prima volta, la prima rec.
I featuring sono amici di una vita, artisti che conosciamo e rispettiamo da sempre. Alcuni non rappano/cantano più, o per dire, ci sono le nipotine di Vmaki. I brani in collaborazione con loro sono nati in modo del tutto naturale: per alcuni gli si scriveva il ritornello e si dava una direzione, ed altri, per le strofe, si presentavano loro con tutto già scritto.
Vmaki, il tuo ep solista “Luogo di nascita” è stato per noi uno dei progetti più validi e densi dello scorso anno. Contiene anche brani molto intimi e toccanti, penso a “Ultimo Cielo” o a “Dove finisce il mare”. Cosa ha significato per te l’uscita di quel disco a livello personale?
Vmaki: Per me è stata prima di tutto una conferma. Io faccio musica da quando sono molto piccolo e c’è sempre stata la passione, il bisogno di esprimermi. Però dentro di me ho sempre avuto anche quella cosa del: “Cazzo, mi piacerebbe che un giorno questa potesse diventare anche un lavoro”. Prima di Luogo di nascita era più un sogno, mentre con l’uscita di quel progetto sono iniziate ad arrivare delle conferme concrete. Tutti gli sbattimenti fatti fino a quel momento hanno iniziato a portare dei risultati: essere notato da Massimo Pericolo, essere notato dall’etichetta, essere chiamato… Mi hanno fatto pensare: “Ok, allora forse non sono l’unico a vedere qualcosa in quello che faccio. Forse posso davvero essere portato per fare questo”. Perché quando fai musica hai sempre quel dubbio: magari a te un pezzo sembra una bomba semplicemente perché l’hai fatto tu, mentre fuori potrebbero pensare “ma questo che cazzo sta dicendo?”. Quindi, quando arrivano delle conferme dall’esterno, per me hanno un valore enorme.
Però Luogo di nascita è importante soprattutto perché è un progetto molto personale. Dentro ci sono cose che per me hanno avuto un peso enorme, come Ultimo Cielo. Quel pezzo è nato in un momento in cui era appena morto mio padre e, inizialmente, non l’avevo nemmeno scritto pensando di farlo uscire. L’avevo scritto principalmente per me, perché scrivere mi ha sempre aiutato a metabolizzare quello che mi succede e a tirare fuori le cose che ho dentro. Ovviamente scrivere quel pezzo non mi ha fatto riavere mio padre, però mi ha aiutato a stare un po’ meglio e, col tempo, ho iniziato a pensare che magari quella cosa che aveva aiutato me, poteva aiutare anche qualcun altro. E infatti mi è capitato che delle persone mi fermassero, magari anche con gli occhi lucidi, per dirmi grazie perché avevano vissuto una situazione simile. E quella per me è una cosa enorme. In qualche modo mi fa pensare che, anche se non potevo cambiare quello che era successo, almeno quello che ho trasformato in musica può essere servito a qualcun altro.
Dove finisce il mare, invece, è un discorso un po’ diverso. È un brano molto personale e preferisco non entrare troppo nei dettagli di quello che c’è dietro. Penso che alcune cose possano rimanere private e che non sia necessario spiegare tutto quello che c’è dietro una canzone. Anche perché magari, ascoltando il pezzo, ognuno può farsi la propria idea. Quindi sì, Luogo di nascita per me vale tanto, indipendentemente dai riscontri che ha avuto. È un progetto che rappresenta un momento preciso della mia vita e dentro ci sono sia delle conferme sul percorso che sto facendo, sia delle cose molto intime che mi hanno aiutato personalmente.
È impossibile non notare i numerosi e costanti riferimenti biblici e religiosi nei tuoi testi. Come mai questa scelta? Qual è il tuo rapporto con Dio e con la spiritualità?
Vmaki: Guarda, io con Dio ho un rapporto abbastanza complicato. Non sono credente nel senso cristiano del termine, però non escludo l’idea che possa esistere qualcosa al di sopra di noi, una sorta di creatore o di energia. Mi piace più pensare a una forza che è dentro ognuno di noi e che, in qualche modo, ci dà la spinta per andare avanti e per arrivare alla nostra realizzazione.
Un po’ come la “luccicanza” di Doctor Sleep, per fare un esempio: non chiaramente nel senso di avere dei poteri soprannaturali, ma come qualcosa che tutti abbiamo dentro e che magari non sappiamo nemmeno spiegare bene. Io mi considero una persona che ha fatto tante cazzate e tante scelte di cui magari non vado fiero. E forse una delle cose che cerco attraverso la musica è proprio quella di arrivare, un giorno, a sentirmi completamente in pace con me stesso. L’innocenza penso di averla persa, però mi piacerebbe arrivare a un punto in cui riesco a dire: “Ok, sono comunque una brava persona, nonostante tutto quello che ho fatto”.
Mi affascina tantissimo il contrasto tra il bene e il peccato, il male necessario — tipo il dover fare per forza qualcosa perché la situazione non ti permette altro, che è ciò che viviamo — o il concetto di redenzione. Nella Bibbia e nella religione questi temi sono molto presenti e io ho cercato di trasportarli nel mondo di oggi, nella realtà che viviamo tutti i giorni. Quindi i riferimenti religiosi nei miei testi non sono tanto un modo per dire “io credo in questo”, quanto un linguaggio che mi permette di parlare di cose molto umane: il senso di colpa, il peccato, il bene, il male, la voglia di cambiare e la possibilità di essere perdonati o di perdonare se stessi.
Vmaki, guardando ai tuoi progetti solisti, come “Se dio vuole” e “Luogo di Nascita”, spiccano le collaborazioni con producer di peso come Sick Budd e Garelli. Come sono nate queste connessioni e quanto è stato importante per te il lavoro in studio a Milano sia per affinare il tuo suono che a livello umano?
Vmaki: Con Sick Budd avevo già avuto qualche contatto nel 2015-2016, quando gli avevo scritto per chiedergli informazioni sullo studio. Poi, quando stavamo lavorando a “Se dio vuole”, credo fossimo nel 2021 o nel 2022, gli ho riscritto e gli ho mandato dei provini. Gli sono piaciuti e mi ha detto di passare in studio. Da lì ci siamo conosciuti meglio e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Andavo a Milano da lui praticamente una volta a settimana, o al massimo ogni due, per registrare e produrre. Si è creato un bel rapporto, che va anche al di fuori della musica, e gli voglio bene, in quel periodo ero disperato anche perché non avevo un euro e mi ha sempre dato una mano in studio, lo stimo tantissimo come producer e mi è stato di grande aiuto, così come tutto il team di Bullz records. Sick Budd, in particolare, mi ha aiutato molto ad affinare il flow e a crescere musicalmente, anche nei momenti in cui magari avevamo solo una pausa tra una sessione e l’altra. Una delle cose che mi piaceva di più era proprio il processo creativo in studio. Magari partivamo senza un’idea precisa, prendevamo uno dei suoi vinili, ne sceglievamo uno, lo mettevamo sul giradischi e iniziavamo a campionare. Da lì veniva fuori qualcosa. Mi è sempre piaciuto quel modo di lavorare, quella sintonia che si crea quando sei con qualcuno con cui condividi un certo linguaggio musicale.
Con Garelli, invece, la dinamica è stata più o meno la stessa: gli avevo mandato dei provini, li aveva ascoltati e ci siamo trovati in studio per fare musica. È successo un po’ per caso, ma è stato bello poter lavorare anche con lui. Ultimamente ci sentiamo molto meno, forse ormai quasi per niente, ma penso sia normale, ognuno ha le proprie cose da fare
Il vostro percorso si intreccia a doppio filo con quello di Massimo Pericolo. Vmaki, tu con lui hai un rapporto personale molto profondo e un affiatamento evidente, che si percepisce chiaramente in “Dove finisce il mare”: come vi siete conosciuti?
Vmaki: In realtà Massimo lo conosco da tantissimo tempo. Ci siamo conosciuti in un bar abbastanza decadente qua in zona, completamente ubriachi. Probabilmente il mio esordio con lui è stato qualcosa tipo: “Sono sbronzo, andiamo a berci una vodka”. Anche lui all’epoca era agli inizi, faceva musica come me, quindi ci siamo conosciuti in quel contesto. Poi abbiamo preso ognuno la propria strada. Non perché ci fosse stato qualche problema, semplicemente quando fai musica è difficile anche solo riuscire a beccarsi. Magari dici “dai, facciamo un pezzo insieme”, poi ne fate uno, passa del tempo, succedono altre cose e alla fine diventa complicato ritrovarsi.
Io nel frattempo ho continuato il mio percorso. Mi facevo i video, facevo uscire la mia roba, cercavo di essere costante e soprattutto di continuare a migliorarmi. Penso che lui abbia visto proprio questo: l’impegno che ci mettevo e il fatto che, nonostante tutto, continuassi a fare musica. A un certo punto ci siamo ritrovati e da lì il rapporto è cambiato. Adesso mi sta portando con lui in tour, abbiamo creato un legame molto forte e gli voglio veramente un sacco di bene, anche perché mi ha dato una possibilità che sicuramente non è scontata e che non tutti avrebbero dato.
Dove finisce il mare è nata praticamente per caso. Dovevo chiudere Luogo di nascita, ero passato in studio e c’era anche lui. Avevo messo il pezzo sul computer, ma avevo solamente la prima strofa e il ritornello. Lui l’ha ascoltata, mi ha guardato e mi ha detto: “Cazzo, questa è una fottuta hit”. E alla fine si è messo dentro al pezzo.Quindi è nata in maniera molto spontanea, come tante delle cose migliori che ci sono capitate musicalmente.
Come nasce la vostra etichetta e crew Polo Nord, cosa rappresenta per la vostra zona e cosa potete dirci del suo futuro?
Vmaki: Polo Nord nasce inizialmente dall’idea di Massimo di creare un’etichetta e costruire qualcosa di suo. Io gli ho fatto sentire la mia musica, alcuni provini e alcuni singoli, tra cui anche dei brani che poi sarebbero finiti in Luogo di nascita, e da lì la cosa ha iniziato a prendere forma. MP e XQZ sono andati dal commercialista, hanno fatto partire tutta la parte burocratica e io sono diventato il primo artista dell’etichetta. È nato tutto da sé con naturalezza, parte burocratica a parte. Per la nostra zona i feedback sono stati sicuramente molto positivi, penso soprattutto perché quello che facciamo è una cosa molto reale e molto umana. Non siamo dei personaggi montati di testa: siamo ragazzi di provincia, con le nostre esperienze, i nostri problemi e il nostro modo di vivere le cose. Parliamo di situazioni attuali, di cose che conosciamo e che viviamo realmente, e forse è proprio per questo che chi ci ascolta riesce a riconoscersi.
Per il futuro c’è tanta carne al fuoco. Sicuramente una delle cose più importanti sarà continuare a dare possibilità e voce non solo a noi, ma anche ad altri ragazzi della zona che hanno qualcosa da dire e magari non hanno ancora avuto modo di farsi sentire.Ci sono già diversi progetti in ballo, di alcuni dei quali non sono autorizzato a parlarne, ma di cui sicuramente sentirete parlare. Diciamo che Polo Nord è appena all’inizio e secondo me può diventare qualcosa di molto più grande di quello che è oggi, senza però perdere questa identità da crew di provincia.
Guardando alla scena rap attuale, dove sentite di collocarvi? Avete la sensazione di meritare uno spazio diverso, o magari maggiore, rispetto a quello che vi viene concesso oggi? E infine, quali sono i vostri prossimi piani, sia come collettivo che a livello individuale?
Macrom: Sicuramente ci sentiamo di meritare di più, non saprei dove collocarmi, forse non sono mai arrivato ad un gran pubblico e mi è difficile giudicare da me. Abbiamo di certo le capacità per stare ad un livello più alto e vedremo. Per quanto riguarda il futuro, ci sono già dei progetti a cui lavoriamo come collettivo e anche, individualmente, un po’ di singoli pronti nel pc.