Fin da bambino mi sono sempre sentito profondamente legato alla cultura hip-hop. Ho preso in mano una bomboletta per la prima volta a cinque anni, e da lì è cominciato tutto: prima gli sketch, poi i muri, i pezzi di compensato nel giardino di casa e giornate passate in giro per la città a cercare graffiti da fotografare o da ricreare su carta. Molti di quei disegni li conservo ancora oggi.
Mia madre ha avuto un ruolo enorme in tutto questo. Mi ha sempre sostenuto in ogni cosa che facevo. Quando ero ancora molto piccolo, mi portava nei luoghi abbandonati a dipingere e a osservare i graffiti. Crescendo, ho iniziato a fare i miei primi pezzi sui muri e le prime tag, sempre in modo spontaneo e istintivo, senza seguire regole o schemi rigidi.
Intorno ai sedici anni mi sono avvicinato al tatuaggio e ho iniziato a tatuare durante il periodo del COVID. All’inizio ho sperimentato diversi stili, ma con il tempo ho capito che ciò che mi rappresentava davvero erano le lettere in black and grey, soprattutto quelle più grezze e dinamiche, legate alla cultura del writing. Mi interessa uno stile meno rigido e meno schematico, in cui posso seguire linee personali e lasciare più spazio all’istinto e al movimento.
Nel mio lavoro cerco soprattutto flusso e ornamentalità. Ciò che mi interessa è far sì che il tatuaggio dialoghi in modo naturale con il corpo, valorizzando la zona anatomica in cui viene collocato. Sia nei graffiti che nel tatuaggio ho sempre cercato la stessa cosa: creare qualcosa che appartenga davvero alla superficie su cui nasce.