DJ Rash (RNS/VDS) racconta la Golden Age di Milano
Dalla periferia ai primi wholetrain. Rash, membro di RNS, VDS e Lordz of Vetra, ripercorre gli anni d’oro del writing e dell’Hip-Hop a Milano. Tra fanzine, bombing in yard e l’amicizia con Robin e Dumbo, ci racconta l’evoluzione della scena e la sua svolta dietro ai piatti da DJ con Skizo e Next One. Un viaggio da Piazza Vetra fino alle serate all’Indian Café.
Ciao Rash, tu sei un vero veterano della scena Hip-Hop e graffiti milanese, le tue radici partono dalla periferia Milanese, per la precisione, dalla Corsico dei primissimi anni ’90. Era un’epoca pre-internet, in cui le informazioni arrivavano col contagocce e in più crescevi in una zona, lontana dai centri culturali e di aggregazione di Milano. Come sei venuto, dunque, in contatto con la cultura Hip-Hop e del writing? Qual’è stata la scintilla che ti ha spinto a prendere in mano gli spray e quali erano i primi che spray che usavi?
Mi sono avvicinato al mondo dell’hip-hop in più fasi, fin da quando ero abbastanza piccolo. Verso i 9-10 anni beccai in seconda serata un film intitolato Beat Street, che raccontava la storia di questi ragazzi che vivevano nel Bronx. C’era tutto: il writing, i b-boy, i DJ… c’erano Kool Herc e Bambaataa. Rimasi flashato da quella roba incredibile, ma soprattutto dai writers.
In una scena del film andavano a dipingere in metropolitana e uno tirava fuori il nome di Phase 2, dicendo che prima di lui tutto finiva con una tag, mentre lui si era inventato i masterpiece. Quel nome mi è rimasto stampato nella mente per sempre.
Poi, verso i 13-14 anni, insieme ad altri due amici della zona di Corsico, abbiamo iniziato a fare le prime tag senza sapere un cazzo. Ci piaceva far vedere il nostro nome in giro e ci sentivamo dei super fichi.
Mi ricordo l’esatto momento in cui ho scelto la mia tag, che è sempre stata Rash. All’epoca frequentavamo lo stadio di San Siro, in Curva Sud: decisi di chiamarmi Rash e lo scrissi su una balaustra. Gli amici mi presero per il culo dicendomi: “Coglione, si scrive con la U!”, ma io risposi che lo volevo scrivere con la A. Meno male, perché un Rush esisteva già, per cui era perfetto così. Abbiamo taggato e fatto patacchini in giro per un paio d’anni, cercando di copiare le poche cose che vedevamo.
C’è una murata particolare che ti ricordi di aver visto da ragazzino in giro per le strade di Milano che ti ha particolarmente colpito e ha in qualche modo contribuito ad approfondire la cosa?
Un punto di riferimento molto importante per la nostra zona fu Donash. Lui stava già ad alti livelli, faceva uno stile europeo e i suoi pezzi erano molto belli per l’epoca e per i nostri canoni. Per questo lo guardavamo e cercavamo di riprodurre il suo stile in qualche modo, ma con scarsi risultati.
La molla che mi ha fatto veramente partire col primo pezzo, credo fosse la primavera del ’91. Venne Graffio a fare un lavoro su commissione per il Comune di Corsico, proprio sul muro della mia vecchia scuola elementare. Andammo lì a vedere quale fosse il processo e, subito dopo, realizzammo il nostro primo pezzo cercando di emulare quello che faceva lui.
Poi, piano piano, siamo andati avanti grazie alle fanzine recuperate da chissà chi e chissà dove: la fotocopia della fotocopia della fotocopia, rigorosamente in bianco e nero. Ci immaginavamo i colori dei pezzi. Fanzine tedesche, francesi… insomma, tutto quello che recuperavamo era oro colato, perché le informazioni arrivavano veramente col contagocce.
Per un po’ dipinsi da solo, e in quel periodo incontrai Robin. Mi ricordo ancora la sera in cui ci siamo beccati: io stavo andando a taggare e a fare dei throw-up nella zona industriale di Buccinasco, e trovai lui che stava dipingendo. Da quel momento abbiamo iniziato a dipingere insieme, e poi è stato tutto un evolversi di scoperte, viaggi, amicizie e avventure.
Mi sono sempre divertito un sacco a scrivere. Un po’ per voglia di rivalsa, per dire “ci siamo anche noi e facciamo questa roba”, e probabilmente anche per il fatto di crescere in una periferia dove non c’era molto da fare, se non stare al parchetto a combinare cazzate. Tutto questo mi ha spronato a buttarmi nel writing.
I primi spray che utilizzavamo erano tutto ciò che ci capitava a tiro nei colorifici di zona. Poi, in un secondo momento, scoprimmo questo negozio di Cologno Monzese che tutti noi chiamavamo “la vecchia di Cologno”, dove potevi trovare le Dupli-Color, che per parecchio tempo sono state l’attrezzo preferito. In alternativa usavamo le Talken o qualsiasi vernice si potesse recuperare a poco prezzo. In seguito, tramite varie indagini, siamo riusciti a trovare la distribuzione diretta della Dupli-Color: era un magazzino che stava a Cesano Boscone, fortunatamente a due passi da casa nostra. Quello è stato un grande boost.
Quali sono stati e dove e con chi hai mosso i primi passi nella cultura Hip-Hop e nel mondo del writing? Dove facevi i primi pezzi e attraverso quali canali (passaparola, fanzine straniere, viaggi) riuscivate a capire cosa stava succedendo nel mondo dei graffiti e chi guardavate come punto di riferimento?
Oltre alle murate del Donash a Corsico, facevamo dei pellegrinaggi in via Pontano, dove c’erano gli hall of fame di Tdk, il muro degli MNP in Giambellino, facevo foto, che poi mi guardavo a casa per capire come evolvere.
Loro erano i miei due amici d’infanzia all’inizio per le tag, poi c’era Robin e comunque era tutto un discorso un po’ legato alla cultura, nel senso che prima era un po’ tutto correlato, c’era il discorso dei vestiti perché volevamo essere riconosciuti e essere visti in una certa maniera. Per cui andavamo all’inizio da Bela Lugosi che aveva dei pezzi che noi potevamo comprare, tipo dei pantaloni particolari piuttosto che dei cappellini, mi ricordo che comprai una toppa gigante dei Public Enemy, la copertina di Fear of a Black Planet che applicai su un bomber che portai per anni.
In un secondo momento Wag, che ho iniziato a frequentare da subito che per noi era la Mecca, penso che il buon Alberto mi abbia visto crescere da lui da quando avevo 14 anni o 15 anni, c’era tutto l’abbigliamento, c’erano le fanzine, riuscivamo a trovare Alleanza Latina, quello che poi sarebbe diventato AL che all’inizio erano solo delle fotocopie, i primi Tribe, altra fanzine di riferimento milanese, a fianco c’era Merak Music che poi diventò Time Out, storico negozio di dischi di Milano, dove potevi trovare tutte le ultime uscite di rap americano, demo, mixtape, noi iniziavamo a comprare dischi anche per il momento non eravamo ancora dj, insomma un posto dove si poteva approfondire tutta questa roba.
Altro punto importante dell’epoca, con Robin iniziamo ad andare al muretto, lì conobbi una serie di bboys tra cui Twice, Paolino, Simona, Elektro, i 16k, un tot di gente e stato un bel periodo di fermento.
I primi pezzi li facevo a Corsico, Buccinasco, insomma tutto l’Hinterland di sud di Milano poi, dopo aver trovato Robin, abbiamo iniziato ad espanderci a Milano, tag tour, abbiamo iniziamo a fare i primi treni e poi via via abbiamo alzato il nostro livello.
E, soprattutto, com’era la scena milanese in quegli anni rispetto oggi?
All’epoca la scena, era molto competitiva, ma in realtà a me personalmente non è mai importato granché certo guardavo sempre cosa facevano le altre crew, chi lo faceva più grosso, più bello, nel posto più sgamo, ma forse più a livello di ispirazione, sono sempre stato più attratto dai bombing e molto meno dalle Hall of Fame. Ti direi che il mio punto di riferimento erano i CKC. Per quanto riguarda la scena odierna non sono molto informato, ma uno su tutti mi gasa particolarmente, Emno dei CTO.
Prima della nascita dei VDS/Lord of Vetra hai militato nella RNS, crew in cui dipingevi insieme a compari storici come Robin. Com’è nata la vostra amicizia, chi erano gli altri membri della crew e quali erano le vostre prime azioni, in che contesti dipingevate e qual era lo stile che vi ispirava maggiormente quei primi anni?
In realtà Lords of Vetra nasce dall’unione di varie crew tra cui RNS. Allora, se la memoria non mi tradisce, eravamo io e Robin, Doba, Kalimero, Pain, Dumbo, Oneman, Nega e Kato di Vicenza, se mi sfugge qualcuno perdonatemi sono vecchio. All’epoca erano perlopiù dei bombing, dai Block a biancone, treni, hall of fame, insomma qualsiasi cosa era buona per dipingere per cui è molto vario.
Io mi ispiravo a tutto quello che vedevo e che mi gasava, ti potrei dire Dondi, Bando, Dez, Zephir, sono veramente troppi quelli che potrei citare.
Quando e perché cominciate a bombardare il metallo e andare in yard? Era già un fenomeno diffuso all’interno della scena milanese, chi sono stati I primi? E com’era l’approccio ai depositi ferroviari in quegli anni?
Con Robin, abbiamo iniziato praticamente quasi da subito a spostarci sui treni, perché una roba che avevamo un po’ dentro, cioè le prime immagini di Writing che vedevamo erano su treni. Ti parlo di libri come Subway art, così abbiamo iniziato ad andare in FS nel deposito vicino a casa che era San Cristoforo che è diventata casa nostra, ci andavamo non so quante volte a settimana, siamo entrati in qualsiasi modo in quella yard, a piedi, in bicicletta, in motorino.
Abbiamo bombardato parecchie yard delle Fs, soprattutto quelle nel sud di Milano, fino ad arrivare a Mortara, di base cercavamo sulle mappe dove c’erano i capolinea, e secondo i nostri calcoli almeno un treno per la ripartenza della mattina doveva sempre esserci.
Poi non mi ricordo come avvenne esattamente, ma Iniziamo ad andare sulle Ferrovie Nord, all’epoca già bombardate dai CKC, che credo sia stato i primi a dipingerci sopra, c’erano i 16k, la Sic crew e altri.
I primi approcci furono molto avventurosi, cioè la prima volta che andammo in FN io e Robin partimmo alla volta di Saronno senza sapere dove era il deposito, come si entrava, come si faceva insomma tutto studiato un po’ così sul momento, poi invece nel corso col passare del tempo tramite passaparola riuscimmo a scoprire dove erano le altre yard e iniziamo un po’ a viaggiare su tutte le yard dell’FN per cui Laveno, Tradate, Asso, insomma le abbiamo fatte un po’ tutte.
La scena, come ti dicevo, all’epoca era molto competitiva, si andava in Cadorna poi a cercare di fotografare il treno, e oltre a questo fatto, ti beccavi anche tutta la produzione delle altre crew e degli altri writer.
Quali erano le yard più ambite e contese in quegli anni? Hai aneddoti e storie di azioni particolari e/o scontri con altre crew?
Le yard più ambite erano chiaramente le metro, noi andavamo dove poteva esserci un treno da dipingere, cercavamo di evitarle le yard più inflazionate, tipo Saronno, Tradate, perché sovente dovevi coprire o un tuo pezzo o quello di qualcun altro. Andavamo spesso ad Asso o Laveno. Cadorna era difficilissimo dipingere, credo non averci mai dipinto.
È vero che siete ricordati come alcuni tra i primissimi ad aver fatto girare i wholetrain a Milano? Dal punto di vista logistico, tattico e soprattutto mentale, come si organizzava un’azione di tale portata, sapendo di alzare il livello di rischio ?
Sì, eravamo abbastanza intrippati con questa storia dei whole car. Per uno dei primi che abbiamo fatto eravamo io, Robin e Dumbo in San Cristoforo. Abbiamo fatto un whole car a testa, erano tre carrozze, e lì non c’è stata molta pianificazione: abbiamo rubato le scale negli orti di fronte, avevamo zaini pieni zeppi di Dupli-Color e abbiamo iniziato a disegnare.
Ci abbiamo messo un botto, perché con le Dupli-Color era veramente un delirio fare un whole car. Soprattutto per me, che quella sera mi dimenticai i fat, per cui feci tutto il pezzo con i tappini originali. Chi le ha usate sa di che cosa sto parlando. Questo ti dice quanto pianificassi l’azione!

Quand’è che cominci a frequentare Piazza Vetra e quando è diventata il crocevia definitivo per tutti i writers di zona Sud e non solo? Chi sono i primi writers che incontrate e come si formano i Lordz of Vetra?
Non ricordo esattamente come avessi iniziato a frequentare Piazza Vetra. All’epoca era un parco dove passava un po’ tutta Milano. Era aperto tutta la notte perché, oltre allo spaccio di varie droghe, potevi trovare un prato e dei locali vicini in cui comprare delle birre, e tutti si ritrovavano lì a fare ballotta. Insomma, una sorta di Sempione, che però era aperto anche di notte in pieno centro città. Questo lo rendeva un posto particolarmente appetibile per tutti i ragazzi della città.
Abbiamo iniziato a incontrarci lì con i GR, poi è nata quest’idea di fondere le crew e iniziare a fare delle azioni sotto il nome Lordz of Vetra. Di base, però, oltre al writing c’era l’amicizia, lo stare bene insieme, fumarsi dei bomboloni e bersi delle birre.
Qual è stato il collante che ha trasformato gruppetti sparsi in un’identità collettiva così potente, e come facevate a imporre il vostro nome in una piazza dove conviveva un ecosistema estremo fatto di tossici, skater, b-boy e frequentatori dei centri sociali? Com’è cambiata l’ecosistema piazza a Milano e quanto incideva sullo scambio culturale e in un certo senso anche la crescita del movimento?
In Vetra sì, era un postaccio come frequentazioni, ma insomma noi eravamo in tanti, ci facevamo i cazzi nostri, per cui non mi sembrava neanche così tanto pericoloso, insomma c’erano posti per peggiori a Milano, dove stare.
L’ecosistema piazza secondo me era il nostro erano il nostro social network, cioè la tua la tua attività sociale era fatta prevalentemente dal vivo, non c’erano i telefonini perciò o incontravi di persona o ti incontravi di persona.
A Milano gli stili di writing erano divisi a zone, c’erano varie piazze a Milano dove si incontravano i writer diciamo che tutte erano un po’ contraddistinte per uno stile ben particolare. Le piazze e i punti di incontro sono stati basilari per tutta la crescita del movimento, basti pensare anche all’Indian Cafè che è stato basilare in quell’epoca.
Nella bellissima intervista di Dumbo per il podcast Piede di Porco, Ivano parla di come essendo anche lui di Corsico, ma di una generazione successiva, vi siete conosciuti sull’autobus per Milano e poi a frequentare posti come Vetra e condividere questa passione…Puoi raccontarci il tuo punto di vista sul vostro incontro, conoscenza e magari qualche aneddoto di azioni assieme?
Con Ivano ci siamo conosciuti sul pullman. All’epoca c’erano due mezzi pubblici per raggiungere Milano: uno partiva da Corsico, l’altro da Abbiategrasso e passava per Trezzano, dove lui, Oneman e Nega abitavano. In realtà non siamo di generazioni differenti, perché con Dumbo abbiamo solo qualche anno di differenza; io credo di aver iniziato un po’ prima a taggare, ma insomma, ci siamo riconosciuti sul pullman per il modo di vestire, o magari perché uno aveva appena fatto una tag.
La storia che ha raccontato è tutta vera: all’epoca il riconoscersi tra persone che avevano i tuoi stessi “sentori”, o che comunque condividevano la tua stessa visione, passava tantissimo per l’abbigliamento o per l’atteggiamento che si aveva. Non mi ricordo esattamente come, ma siamo entrati in contatto.
Eravamo talmente pochi, soprattutto nelle nostre zone, che quando trovavi qualcun altro con la tua stessa passione – una cosa non molto condivisa dal resto degli amici – ci facevi subito ballotta. Per cui abbiamo iniziato a frequentarci fin da subito. Abbiamo condiviso svariate esperienze oltre al writing: feste, concerti, i primi giri per l’Italia, le jam… insomma, tutto quello che era possibile fare.
Con i Lordz of Vetra, i VDS, ma soprattutto poi i FIA di DUMBO, Panda, Hekto, Gans etc Milano ha visto un netto cambio estetico: dai tecnicismi intricati si è passati all’urgenza del bombing nudo e crudo, ai block letter immensi e ai throw-up. Quanto è stata fondamentale l’attitudine di writer Dumbo, Panda o Hekto in questa transizione verso uno stile più d’impatto e fieramente ‘vandalico’? Com’è stata vista questa attitudine più vandalica dalla scena milanese e dalle generazioni prima come la tua?
Con l’entrata di Ekto e Panda ci fu questa svolta stilistica, più orientata verso il bombing puro, lettere meno complicate, che ci sono sempre state sia New York o in America ma anche in Europa, ma qua a Milano non era così predominante l’aspetto bombing. Comunque è stata una bella svolta per tutto il movimento, soprattutto per le generazioni che sono venute dopo. A ricordo mio all’inizio questa svolta non fu presa molto bene da tutti all’interno del movimento.
A un certo punto, l’adrenalina dei treni ha trovato uno sfogo parallelo nei giradischi e nel Djing. Come nasce e si sviluppa invece questa tua passione? In questo passaggio fondamentale verso il DJing, quanto ha influito il confronto diretto con pionieri e maestri come DJ Skizo o Next One
In realtà la musica è sempre stata presente nella mia vita. Ricordo di un amico che aveva questo impianto stereo compatto con due piastre a cassetta; forse è l’unico che ho mai visto funzionare in quel modo: se davi il play sulla cassetta principale e contemporaneamente tenevi premuto il tasto play anche sull’altro deck, andavano insieme. Il nostro gioco era fare dei mashup tra le varie canzoni, rallentando con le dita le bobine delle cassette.
Poi avevo un cugino che all’epoca faceva il dj house/techno e lui aveva già un paio di Technics. Questa cosa del djing è sempre stata un po’ nell’aria. A un certo punto io e un altro amico comprammo un mixer in condivisione: lo tenevamo quindici giorni a testa, usandolo con due giradischi recuperati da due stereo compatti, senza pitch control e con trazione a cinghia… terribili!
Da lì iniziammo a prendere i primi dischi e a collezionare qualcosa. Siamo partiti con il rap che ascoltavamo all’epoca: solo Public Enemy, Beastie Boys, Run DMC.
Ero talmente sotto per la faccenda che, andando ancora a scuola, mia madre mi dava 10.000 lire per mangiare fuori a mezzogiorno; io andavo con i miei compagni in panetteria e, mentre loro compravano, io riuscivo a rubarmi qualcosa da mangiare. Facendo così, con i soldi che risparmiavo, ogni due giorni riuscivo a comprare un disco singolo straniero oppure un album. Ho fatto un bel po’ di tempo così, mangiando crostini rubati a mezzogiorno pur di potermi comprare i dischi. Poi la passione va avanti e inizio ad avere i primi contatti con i dj dell’epoca. Ricordo Dado ed Easy Killa dei Golden Bass: con loro organizzammo un fantastico sound system abusivo alla fiera degli Oh Bej! Oh Bej!, con Ivano che vendeva i miei mixtape ai passanti. Bellissimo.
Ma la vera svolta è stata quando nel ’95 andai in Australia, a Sydney, e conobbi Skizo. Era il periodo di Capodanno e mi portò con lui durante i suoi set: girammo per 4-5 locali tutta la notte. Quando l’ho visto mettere le mani sui giradischi, mi sono detto: “Io voglio fare questa cosa esattamente come la fa lui”. Devo dire che è stato un boost clamoroso.
Una cosa che ci tengo a dire è che, quando arrivai in Australia, Skizo aveva già portato delle copie di Tribe dove erano presenti i miei bombing sui treni. Quando entrai nell’Hip Hop Shop di Sydney, mi presentai dicendo che ero un writer italiano; loro si presero benissimo e mi dissero che avevano visto i miei pezzi sulla fanzine!
Tutto questo per dire che la cosa che apprezzo maggiormente dell’hip-hop è che mi ha fatto conoscere gente in tutta Italia e in tutto il mondo, solo per il fatto di far parte di questa comunità. Questo mi ha letteralmente svoltato la vita.
Per cui, una volta tornato in Italia, ho fatto di tutto per comprarmi due Technics e iniziare ad allenarmi. Un’altra persona a cui devo molto è Pablito (Pablo Miano), che è stato il fautore del famoso Indian Café, la prima domenica pomeriggio hip-hop in Italia. Lì sono stato resident dj per parecchio tempo. Da quel locale sono passati tutti i nomi grossi della scena: da Fabri, ai Colle, Sacre Scuole (Club Dogo, per intenderci) eccetera. Credo che tutti siamo passati da lì, per cui un grande applauso a Pablo: primo, perché se non ci fosse stato lui io sarei rimasto a suonare in cameretta probabilmente per molti anni; secondo, perché comunque è stato il primo palco per tantissimi rapper che adesso sono ultra affermati.
Il maestro Next One lo conobbi molto dopo, ma è sempre stato un mio punto di riferimento e di ispirazione. Innanzitutto perché per me è il b-boy più forte che ci sia mai stato, il Maradona del b-boying, una leggenda vivente in tutto il mondo a cui tutti noi dobbiamo tantissimo, soprattutto noi italiani. Sono onorato di essere un suo amico e di aver potuto fare delle cose insieme a lui.
Puoi raccontarci dei tuoi gusti musicali, della tua collezione e delle tue selezioni musicali quando suoni… Quali sono i tuoi dischi preferiti che in ogni tua selezione deve esserci o che ti diverte particolarmente suonare? E qualche chicca/rarities della tua collezione a cui sei particolarmente legato?
A me piace la musica in generale ma perlopiù la mia collezione è black music. All’inizio prettamente Rap, R&B e poi in un secondo momento, quando capii come si produceva l’hip Hop momento Funk, Soul, Jazz. Le mie selezioni dipendono dal tipo di serata, spesso e volentieri mi chiedono tutto il periodo Golden Age, ma non disdegno di mischiarlo con tutto il resto.
Il disco che mi porto sempre dietro per quanto riguarda il comparto rap a cui sono particolarmente legato è “Release Yo’ Delf” di Method Man e per il Funk direi “Give it up or turnit a loose” di James Brown, ma anche un sacco di altra roba… troppa.
Per concludere, riassumendo, la mia filosofia è sempre stato il divertimento. Se devo fare un confronto tra la vecchia e la nuova generazione, è questo, mi sembra che le nuove generazioni pensino per prima cosa al business, io ho sempre pensato prima solo al divertimento e alla soddisfazione personale.