Lash: le guerre in yard, il lettering chicano sulla pelle, il progetto PornInk

Da bomber solitario nelle yard romane a esperto tatuatore specializzato nel lettering chicano, fino alla regia negli hard movies. Abbiamo intervistato LASH: un percorso underground senza compromessi, dove la rabbia si evolve in inchiostro sulla pelle e in produzioni video curate nel dettaglio. Una vita spinta al limite, raccontata senza filtri.

Ciao Lash oggi sei riconosciuto principalmente come tatuatore, ma in realtà hai un background solido nei graffiti. Puoi raccontarci i tuoi inizi? Di quali crew hai fatto parte e come si è evoluto il tuo stile, dalle tag ai pezzi più complessi?

Mi ci sono avvicinato per caso. Inizialmente, non sapevo che cosa fossero i graffiti, li chiamavo “murales”, ma non mi interessavano. Un giorno, uscendo da scuola, mi rodeva il culo. Ce l’avevo col mondo. Camminavo per strada e avevo solo voglia di spaccare tutto, prendere a calci le cose. Poi, con le mani in tasca, ho trovato un bianchetto, uno di quelli che usavamo a scuola. L’ho tirato fuori e ho pensato di scrivere qualche insulto. Però, ecco, volevo anche lasciare un segno, qualcosa di più. Non mi bastava scrivere quello che scrivevano tutti. Ho pensato a delle lettere, non proprio un nome, ma qualcosa che fosse incomprensibile per gli altri e che per me avesse un significato profondo, legato a quello che provavo dentro. E così, tornando da scuola a casa, ho iniziato a scrivere “LASH” ovunque, su qualsiasi cosa incontrassi per strada, fino a finire il pennarello.

A un certo punto ho iniziato a vedere in giro scritte fatte con lo spray, tipo “Forza Roma” o robe politiche e nomi colorati in giro. Allora sono entrato in un ferramenta. Avevo 16 anni, non lavoravo perciò lo spray non l’ho comprato, me lo sono messo nel giacchetto. E da lì quello spray m’ha cambiato la vita. Ho cominciato a girare tutti i ferramenta di Roma per rubare gli spray. Uscivo e scrivevo. Tutti i giorni. Finché non ho scoperto i graffiti e che quel nome, LASH, poteva evolversi: da una tag a una forma. Ho scoperto che esisteva il throw-up. E il bombing. E lì è iniziato tutto.

Throw-up, tags, wildstyle, bombing… c’è uno stile che senti più tuo? Raccontaci anche delle tue esperienze in yard?

Il bombing mi ha portato a dare uno sfogo reale a quello che avevo dentro. Fare throwup mi dava ancora più adrenalina, dovevi stare più attento, ti dovevi guardare attorno tra il riempimento, il cambio linea o un cambio spray. Era una roba più divertente. Allora ho cominciato a fare pezzi sempre più grandi, pezzi argento, pannelli 20-30 metri sui lungolinea. Così passando col treno vedevo la roba mia e, ovviamente, di altra gente.

Da lì è diventata una battaglia per lo spot, una vera e propria malattia. Qualsiasi spazio che vedevo in giro pensavo: “lì è figo, lo vedono tutti” dovevo fare un tag o un bombing. Avevo un marker o uno spray bianco, vedevo solo spazi scuri. E viceversa. Il bombing m’ha risucchiato finché poi non sono andato in banchina e ho visto passarmi davanti un wholecar del One – ZTK. Era un vagone tutto argento. Da lì ho iniziato a cercare i depositi, le entrate e piano piano a farmi le metro, fino ad arrivare al primo mio wholecar. Da lì c’è stata un’escalation, sono arrivato a fare 71 wholecar in metro.

Ormai fare tag e throw up non mi dava più emozioni e ho iniziato a fare wholecar a rotta di collo. Il bombing è lo stile che sento più mio. Quello puro. Diretto. Quello americano. Ho fatto yard, ho fatto treni, metro. Era una guerra, non un gioco. Ero geloso dei miei vagoni. Se qualcuno dipingeva più di me, dovevo recuperare. Facevo due pannelli al giorno, anche di notte. Dovevo essere ovunque. Dovevo “bombardare” più degli altri. Tutto lì.

Quali sono stati i tuoi riferimenti nei graffiti? Chi ti ha ispirato davvero?

A me è sempre piaciuto quello dei veri bombers newyorkesi, la gente che ha inventato i graffiti. Gente che Martha Cooper andava a fotografare. Ti parlo di Dondi, di Lee, di Lady Pink, Blade, che ho anche conosciuto e con cui ho anche dipinto assieme, come anche Cope2, il Seen. Ecco loro erano i miei riferimenti quando ho iniziato a capirci qualcosa di questa cultura. Ascoltando anche la musica, tutta la vecchia scuola, Public Enemy, Grand Master Flash etc.

Visto che io già inconsapevolmente mi ispiravo allo stile di New York, della East Coast ho visto che a Roma c’era il Rome Zoo che avevano la stessa filosofia: il bombing, la strada, ragazzi di strada che non c’avevano ‘na lira in tasca e andavano a rubare gli spray.

E poi c’erano i Trema Roma, i PHE che seguivano lo stile diciamo della scuola “francese” ed europea. Che a parte pochi, erano diciamo i figli di papà, con i soldini, che si compravano gli spray da fighettini. Quelli che lanciavano il sasso e poi nascondevano la mano. Quelli che ti crossavano e poi non si facevano più beccare o cercavano di chiarire per non fare a botte. Io come quelli della scuola Rome Zoo no. Noi se ti coprivamo, ti coprivamo tutto e ti venivamo a cercare. Se mi coprivi un pezzo o una tag, per me era come sputarmi in faccia. E io non mi faccio sputare in faccia da nessuno: ti cerco, ti trovo, ti sfondo e ti cancello dalla scena dei graffiti.

Io però non ho mai avuto una crew. Andavo a dipingere da solo. La mia mentalità era “Io contro tutti”. I graffiti erano una cosa personale per me. Non mi fregava un c**o di nessuno. Se qualcuno doveva vedere il mio nome, lo vedeva perché avevo “bombato” più degli altri. E mi dispiaceva per chi gli stavo sul culo, perché mi avrebbe visto ovunque e per sempre.

Nei tatuaggi il tuo stile è subito riconoscibile, soprattutto nel lettering. Come hai iniziato e quanto studio c’è dietro?

Dopo tanti anni passati con i graffiti, finita la scuola, si inizia a lavorare… e hai bisogno di soldi, quindi devi trovarti un lavoro. Io, un po’ per gioco e un po’ per destino, mi sono ritrovato dentro questo mondo.

Un giorno io e la madre di mio figlio siamo andati da un amico per farci un tatuaggio. Non era capace, ma aveva comprato la macchinetta. Pensavamo ce lo facesse gratis, invece ci ha chiesto 50 euro a testa per un tatuaggio semplicissimo. Usciti da lì, ci siamo guardati e ci siamo detti: “Questo c’ha fregati. Possiamo farlo anche noi”. Il giorno dopo abbiamo comprato la macchinetta, e così è iniziato tutto.

Lei all’epoca faceva piercing, io sapevo disegnare, quindi abbiamo deciso di provare. Il giorno dopo abbiamo comprato la macchinetta per tatuare, e ho iniziato così. Facevo solo lettering. Venendo dai graffiti, cercavo di portare quello stile sulla pelle. Non conoscevo tanti tatuatori ma a Roma non lo faceva ancora nessuno che conoscessi. Forse solo Kem stava provando qualcosa, ma era uno stile più biomeccanico, non proprio da graffiti.

Io invece facevo proprio i pannelli addosso alla gente: tag, throw-up, pezzi… tutto. Non conoscevo nessuno che lo facesse così, tranne in America, dove già c’era Big Sleeps. Anche qui mi sono sempre ispirato agli americani, allo stile chicano, a Los Angeles. Ho avuto la fortuna di conoscere anche Boog Star e di lavorarci insieme a una convention. Un’amica mia si è tatuata da lui e io l’ho conosciuto lì e poi gli ho fatto da assistente. Sono stato tre giorni incollato al suo culo a guardare e imparare. Quando sono tornato a Roma ho iniziato a fare lettering chicano a tutti, ho iniziato a studiare ed evolvere le lettere seriamente. E ho capito che questo è un mondo dove non smetti mai di imparare.

Ancora oggi c’è gente che mi dice: “Riconosco la tua scritta da un chilometro di distanza.” Si questo è sicuramente un obiettivo, ma in questo mondo non mi sentirò mai arrivato a dove voglio arrivare, perché è un mondo in cui c’è un’evoluzione continua e non basterebbero 10 vite…

Oltre ai graffiti e ai tatuaggi, hai esplorato anche il mondo del porno. Quando nasce questa passione?

Allora, prima ancora di conoscere il mondo dei tatuaggi, ho scoperto quello dei concerti. Vita in tour, palchi, montaggi, motori… insomma, quella è stata la mia prima vera esperienza fuori da Roma. Perché da ragazzino io l’estate restavo sempre a Roma: non partivo, non andavo in vacanza come gli altri. Perché dovevo dipingere. Se partivo, qualcuno avrebbe dipinto più di me e quando tornavo mi ritrovavo indietro. E io ero geloso dei miei vagoni. Volevo fare più pannelli degli altri. Se vedevo un pezzo nuovo in giro, il giorno dopo andavo a farne due: di giorno e di notte. Dovevo sempre fare di più.

Questo per quanto riguarda il lavoro, i concerti… strada ne ho fatta tanta. Ma se dobbiamo parlare del porno, allora cambia tutto.Mi ci sono avvicinato solo da qualche anno, anche se, a essere sincero, il corpo femminile mi ha sempre affascinato. Anche nei tatuaggi. Per me è un lavoro, lo prendo come tale. Un po’ come fa un medico: quando una va a farsi visitare, lui non è lì a fissarle la patata, fa il suo lavoro. Certo, è sicuramente meglio tatuare un bel culo che un uomo peloso, anche solo a livello visivo, estetico. Una bella scritta su un corpo femminile dà più soddisfazione, più visibilità. Questa cosa l’ho maturata col tempo. Dopo tante delusioni sentimentali, dopo aver dato tanto e aver ricevuto solo tradimenti, ho detto: basta. Basta cercare l’amore. Ho deciso di continuare, ma senza sentimenti. Niente relazioni, solo ascolto del corpo e farlo diventare un lavoro.

Prima ancora di entrare nella Siffredi Academy, ho conosciuto Priscilla Salerno. Stavo a Rimini per lavoro, durante il Jova Beach Party, e una sera libera siamo finiti in un locale. Lì c’era Priscilla, ma io non avevo idea di chi fosse. Abbiamo iniziato a chiacchierare fuori, fumando una sigaretta. Le altre ragazze manco si avvicinavano, io stavo lì a parlare con lei tranquillamente. Parlavamo di tatuaggi, di arte… mi sembrava una persona gentile, dolce, normalissima. Solo dopo mi ha detto: “Ma lo sai chi sono?” Mi sono girato e ho visto il suo nome su un manifesto gigante. Da lì in poi ho iniziato a tatuare sempre più pornostar, anche ragazzi che fanno OnlyFans. Suicide Girls, performer, gente da convention… E quindi, piano piano, mi sono ritrovato già dentro quel mondo. Quando ho deciso che non volevo più relazioni ma il sesso mi piaceva, ho detto: lo rendo un lavoro. Così è iniziato tutto.

Raccontaci del tuo progetto video e delle produzioni legate al porno.

Ho usato il porno anche come modo per unire tutto quello che sapevo fare: tatuaggi, video, regia. Ho studiato all’università, ho fatto la Scuola di Cinema e Televisione a Roma, regia e produzione, e ultimamente, a quarant’anni, mi sono specializzato in montaggio e suono. Ho lavorato con Netflix, con la TV, e con tanti altri. Quindi ho preso tutto quello che avevo imparato e ho creato PornInk: un progetto che unisce porno e tatuaggi, un programma hard a puntate. Non volevo fare il classico video amatoriale: volevo una roba professionale, ma senza le produzioni con telecamere da 40.000 euro. Ho lavorato con quello che avevo, luci, inquadrature serie, qualità.

Abbiamo girato le prime quattro puntate, alcune sono già online sui miei profili e su quelli delle ragazze. A breve usciranno anche su Pornhub. Non l’ho fatto per i soldi. Non mi interessa vendere contenuti su OnlyFans come fanno tutti. Io voglio vincere gli awards del porno. Voglio portare un prodotto vero, curato, riconosciuto. E non finisce qui. Parallelamente, abbiamo girato 30 puntate in giro per l’Italia tatuando on the road. Il progetto si chiama Lover Ink: un camion allestito a studio di tatuaggi che ci porterà in giro per il mondo a raccontare storie, culture e curiosità legate al tatuaggio. Ma su quello non vi spoilero troppo… lo vedrete presto.

 

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