Bub Rock: «Lo faccio solo per la mia gente». L’intervista.
Dopo essersi eclissato dai radar della scena per qualche anno, l’MC di Long Island (NY), Bub Rock, torna con un nuovo progetto. Il suo sound ha alimentato il rinascimento underground fin da prima dell’esplosione di Griselda. Ora, in questa nuovissima intervista, ci guida attraverso il suo percorso: il blueprint di Roc Marci, i solidi legami a BK, tra cui Rome Streetz, Rim & Eddie Kaine e una visione senza filtri sull’attuale business del rap underground.
Pace Bub Rock, e grazie per aver dedicato del tempo alla nostra piattaforma. Seguiamo la tua musica fin dai tempi degli album “Rock Season” e “A Peace of Mine”, innegabilmente due dei progetti underground più solidi di quel periodo… Dopo “Thanks For Sharing”, però, sembri esserti eclissato dai radar per qualche anno, rallentando drasticamente le tue uscite e allontanandoti dai social media. Cos’è successo? È stata la vita reale a importi una pausa dalla musica o è stata una scelta artistica deliberata e, se sì, perché?
Pace e grazie a voi, lo apprezzo moltissimo. Per rispondere alla domanda sulla mia pausa, ti direi di sì! Ho dovuto fare un passo indietro e riorganizzarmi. Ho subito molte perdite per quanto riguarda amici intimi che hanno perso la vita e, in generale, ho dovuto rimettere a posto le cose nella mia testa. Queste sono alcune delle cose che mi hanno tormentato.
Te lo chiedo perché, essendo tu da sempre un artista estremamente coerente e fedele a un suono e a un’attitudine precisi, già da prima della wave Griselda, volevo capire se ti fossi sentito penalizzato dall’iper-saturazione del mercato underground. Con l’infinito afflusso di MC che cavalcano questo trend, ti sei sentito messo da parte o eri semplicemente a corto di ispirazione?
La musica non mi deve nulla, non posso lamentarmi né iniziare a spiegare le innumerevoli opportunità che mi ha dato. Sono grato e apprezzo enormemente questa forma d’arte.
Rubare e copiare fa da sempre parte di questo gioco: conosco il mio ruolo e lo gioco bene. Le persone che conoscono la verità sono rimaste nei paraggi e mi hanno supportato per tutto il tragitto. Col tempo alcuni hanno voltato faccia – fan, qualche rapper e producer – ma la saturazione del game non mi tocca minimamente. Alla fine faccio la mia roba solo per la “mia gente”. Certo, voglio anche nuovi ascoltatori, ma fondamentalmente non ho bisogno di nient’altro!
Tornando alle tue radici… Sappiamo che sei cresciuto a Long Island, nello specifico nella zona di Lakeview, non lontano da Hempstead, il quartiere universalmente noto come la casa di Roc Marciano. Nei tuoi testi identifichi spesso il tuo blocco come ‘Exit 18’, prendendo il nome dall’uscita della State Parkway. Per i lettori che magari non hanno familiarità con New York, che tipo di zona è Lakeview? Cosa ha significato per te crescere lì?
Sì, Exit 18 è l’uscita della Southern State Parkway. E sì, dista circa 5 o 10 minuti da Hempstead! È un quartiere molto piccolo; non credo che ci capiteresti mai se non conosci nessuno lì o a meno che tu non ti sia perso.
È un posto pieno di talento, dall’arte allo sport, fino alla musica e all’abbigliamento. Ho tantissimi ricordi legati al crescere lì, ma ho sempre pensato in grande, e non appena ho avuto modo di muovermi di più ho iniziato a frequentare i boroughs (i distretti centrali di NY, ndr), che fosse per amici, ragazze o per fare shopping. È questo che mi ha aiutato a farmi strada in certi ambienti e a costruire le risorse affinché la mia musica raggiungesse altre persone. Amo tutti questi posti, ma Lakeview occupa un posto speciale nella mia vita, specialmente per la mia infanzia!
E in termini di sound e attitudine al lavoro, cosa comporta rappresentare Long Island oggi, dovendo ritagliarti il tuo spazio contro scene storicamente più esposte come Brooklyn o il Queens?
Beh, per me non è mai stata una sfida perché ho sempre avuto legami nei distretti. Molti scordano persino che vengo da Long Island perché bazzicavo sempre altrove. Inoltre, Long Island è sempre stata tra le zone più rispettate. Abbiamo una storia ricca e ci siamo sempre distinti nella musica in generale, ma soprattutto nell’hip-hop fin dagli inizi. Siamo sempre stati dei trendsetter di altissimo livello: siamo semplicemente diversi!
A proposito di Hempstead, è impossibile non menzionare Roc Marciano, che di fatto ha dettato il blueprint per l’attuale rinascimento underground. In che misura le sue cadenze e il suo approccio stilistico hanno influenzato la tua penna? E quali sono state le altre influenze musicali che hanno contribuito a plasmare il tuo stile?
È una leggenda, ho profondo rispetto per lui e per tutto ciò che ha fatto per spingere la cultura, oltre ad aver tracciato un percorso, un vero e proprio blueprint per ottenere soldi e riconoscimenti facendo ciò che ami, venendo da dove veniamo noi. Una cosa di Long Island è che siamo semplicemente diversi: saremmo diventati qualcuno, a prescindere da come la metti. Sforniamo la roba più fly e ci muoviamo nel rispetto della tradizione, pur mantenendo l’originalità!
Anche se le tue radici sono a Lakeview, i tuoi legami con Brooklyn sono innegabilmente forti. Lo si evince dalla tua appartenenza alla crew The Walkers – al fianco di Eddie Kaine e Rim – e dal tuo rapporto di lunga data con Rome Streetz, come sottolineano i singoli che hai fatto uscire nel 2026, “A SPOON A RAZOR” e “Heartbreak Hotel Staff Meeting”. La tua amicizia e collaborazione con Rome risalgono a ben prima che i riflettori fossero puntati su di lui. Come si è consolidato questo ponte tra te e BK? E cosa puoi dirci del tuo legame con Rome dai tempi in cui vi sbattevate nell’underground newyorkese, e di come vi siete conosciuti?
Sì, assolutamente, sono tutti miei fratelli. Be’, vado a Brooklyn fin da quando ero ragazzino, non c’era niente di simile e quindi non ho mai smesso di andarci… Il mio migliore amico è di Brooklyn, quindi bazzico lì da sempre!
Quando ho iniziato a fare i live, molti di noi suonavano agli stessi eventi, il che ha reso facile conoscersi, ma la verità è che alcuni di noi hanno legato al di fuori della musica. Per quanto riguarda Rome, è stato tutto organico. Lui vide un mio video su Twitter o Instagram pubblicato da Jazz (il manager di Roc Marciano); io vidi uno dei suoi video e, alla fine della clip, c’era l’epitaffio di un ragazzo che conoscevo dal mio blocco a Lakeview e che, per caso, era un amico di Rome. Dopo quell’episodio abbiamo iniziato a fare molta più musica insieme e ha funzionato. Alla gente piace quando collaboriamo, quindi è un vantaggio in più quando gli ascoltatori ottengono ciò che vogliono.
La tua penna si immerge spesso in dettagli molto intimi, offrendo all’ascoltatore uno scorcio autentico sulle tue dinamiche personali e sulla tua visione della vita. Sappiamo, per esempio, che la scelta del nome ‘Bub Rock’ ha radici profonde legate al tuo vissuto personale. Ti andrebbe di condividere la storia dietro al tuo nome d’arte e raccontarci qualcosa di più sul tuo background familiare?
Quel nome è un soprannome di famiglia, ha un significato importante perché è così che mi chiamano fin da bambino. La mia famiglia è molto artistica, ci sono molti atleti e alcuni musicisti. La mia famiglia è un mix di un sacco di roba, quindi ha senso. E’ molto interessante, a dir poco: non sai mai cosa potresti vedere o sentire quando stai con loro. Ho avuto un’infanzia interessante, tra alti e bassi, ma ora guardo avanti!
Passando alla direzione musicale dei tuoi progetti: hai un orecchio molto raffinato per i beat, prediligendo spesso tappeti sonori soul-oriented. Queste produzioni sembrano sempre cucite su misura per la natura introspettiva della tua penna. Come approcci il processo di selezione dei beat quando inizi a mettere insieme un nuovo progetto? E in che misura credi che la parola ‘Soul’ definisca non solo la base musicale dei sample che scegli, ma lo spirito stesso e l’essenza del tuo rap?
Questa è un’ottima domanda, mi piace molto. Quando inizio un disco, non faccio altro che ascoltare beat a ripetizione per giorni, a volte per mesi, senza scrivere nulla. Prima mi innamoro dei beat, i testi arriveranno poi, ma all’inizio mi concentro sulle cadenze. Credo che non tutti abbiano il soul, è semplicemente la verità: c’è chi ce l’ha e chi no. Io sono semplicemente uno che ce l’ha, e lo dimostro senza il minimo sforzo!
Hai collaborato spesso anche con DJ Boogie Blind, leggendario DJ e producer degli X-Ecutioners, che in più occasioni ha supportato e co-firmato personalmente la tua musica. Come è iniziato il vostro rapporto, passando da quel primo contatto fino a lavorare effettivamente insieme?
Boogie Blind è famiglia, mi ha sempre supportato e ha sempre voluto vedermi vincere! Quindi sì, gli capitò tra le mani uno dei miei CD intorno al 2016 o 2017. Mio cugino diede il mio mixtape a DJ Kamron dei Young Black Teenagers, il quale a sua volta ne passò una copia a Blind mentre tornavano in macchina da un dj set. Blind mi taggò sulla sua pagina e vidi un sacco di leggende tra i like; ci sentimmo in DM e scattò subito l’intesa. Guarda caso abitavamo tipo a 6 isolati di distanza. La mia è stata una storia molto classica per quanto riguarda la mia gavetta e l’essermi fatto un nome in questo game.
Se dovessi scegliere tre dei tuoi album che un ascoltatore alle prime armi dovrebbe recuperare per comprendere appieno la tua visione, la tua arte e la traiettoria del tuo percorso… Da quali gli consiglieresti di partire, e perché?
Direi “Rock Period“, “A Peace of Mine” e “Priceless Paint“. Dico questi tre perché mostrano la mia abilità nel creare canzoni dall’inizio alla fine. Sono strutturati molto di più come album veri e propri rispetto ai “mixtape”; mostrano il mio raggio d’azione e fanno capire chi sono come persona quando ho qualcosa da dimostrare. Ovvero ogni volta che prendo questa roba sul personale.
Abbiamo seguito da vicino i singoli che hai pubblicato finora in questo 2026, che sembrano fare da apripista a un vero e proprio album ufficiale. Puoi dirci qualcosa in più sulla direzione musicale di questo progetto? Siamo curiosi di sapere cosa ha causato l’attesa prima di questa release finale e a chi hai affidato le produzioni del disco.
Sì, certo. Il nuovo progetto si chiama “EVERYBODY CANT HAVE EVERYTHING“, sono poco più di 10 tracce ed è impeccabile! Credo sia il mio lavoro migliore ad oggi: dai featuring, alle produzioni, fino alla sequenza dei brani. Attualmente sto sistemando gli ultimi piccoli dettagli per perfezionarlo prima di consegnarlo alla gente!
Per le produzioni mi sono affidato a BACKPACK BEATZ, A1BEATZ, CLYPTO, SYER, BILLY HOYLE e BRICKS SHAKUR! Hanno fatto davvero un lavoro incredibile nell’aiutarmi in questo disco. Non ho nulla di cui lamentarmi, non vedo l’ora di farvelo sentire.
Inoltre, a parte le collaborazioni che abbiamo già ascoltato con Rome Streetz, Eddie Kaine e Rim, dobbiamo aspettarci altri ospiti?
Onestamente, lavorerò con altri artisti in futuro, ma in questo preciso istante mi sto concentrando solo su me stesso e su ciò che devo fare per me. Ho passato gran parte del mio tempo in questa roba della musica ad aiutare gli altri più di quanto non aiutassi me stesso, sia in modo diretto che indiretto.
La profondità della tua penna e il tuo lirismo mantengono uno standard che raramente trova il giusto riconoscimento nella scena attuale. Secondo te, perché un artista come te fa fatica a ottenere il rispetto che merita davvero? E guardando alle dinamiche interne del movimento underground, non credi che la ricerca ossessiva di una certa estetica stia diventando un esercizio di stile fine a se stesso, rischiando di saturare proprio quel movimento che, fino a poco tempo fa, veniva definito come il motore di un rinascimento culturale?
Grazie ancora mille volte, apprezzo il fatto che voi siate sul pezzo! Comunque, non direi di non ricevere il rispetto che merito, ma capisco cosa intendi. C’è molta politica… devi capire che un tempo questa roba era tenuta a certi standard. Non chiunque può inventarsi dal nulla e farcela. L’underground rap oggi è un “business” e le cose cambiano, quindi la gente deve rispettare quanta strada ha fatto, nel bene e nel male.
La regola è trovare il proprio posto. Non ho più un mucchio di gente attorno come in passato, me ne sto per conto mio e non do fastidio a nessuno. So che il mio talento spicca di più quando mi sentono su pezzi accanto agli artisti che considerano “forti”, ma se non conviene agli affari, c’è il rischio di non sentire mai quel pezzo. Credo che ognuno debba restare fedele alle proprie radici e concentrarsi sul costruire la “propria gente”.