EN?GMA: «Ho ritrovato fame, voglia e autodisciplina»
Fondatore della Machete Crew insieme a Salmo, El Raton e DJ Slait, ha contribuito a cambiare radicalmente l’industria del Rap italiano prima di intraprendere un fruttuoso percorso totalmente indipendente. Dopo qualche anno di scarsa ispirazione, però il rapper sardo è rinato con l’EP “Kloaka” prodotto da Salmo, trovando poi una nuova casa in Asian Fake. Con il singolo “Old Trafford” e un nuovo disco in arrivo, En?gma si racconta a ThrowUp Magazine: dalle origini isolane al futuro della scena, passando per il riavvicinamento con Salmo e una ritrovata consapevolezza artistica.
Partiamo dalle origini. Com’è stato crescere in Sardegna negli anni in cui l’Hip-Hop iniziava a permeare anche le realtà periferiche italiane: qual è stato il tuo primo contatto con questa cultura? Come sei arrivato ad abbracciare questo genere, in un’isola che geograficamente è distante dai grandi centri della scena? Quali sono state le tue più grandi influenze e ispirazioni musicali agli esordi? Quanto hanno contato le produzioni sarde degli anni ’90 e 2000 nella tua formazione? C’erano nomi o crew isolane che seguivi con particolare attenzione? Pensiamo a nomi da, i Sa Razza e Maku Go fino ai Mentispesse… Hanno influito in qualche modo nel tuo percorso artistico? O erano lontani dai tuoi gusti e influenze?
Il primo disco con cui ho avuto a che fare è “Sotto Effetto Stono” dei Sottotono del ’96. Curiosamente lì era presente Maku Go. Si può definire quello il mio primo contatto, però onestamente le influenze più decisive per me non sono state sarde. Amavo Tormento, Primo, Raige, dischi come “Bomboclat” e “Tora-Ki”. Sono queste le cose che mi hanno fatto scattare qualcosa. Da lì è iniziata la ricerca.
Riportaci agli inizi: quando hai iniziato a rappare, ai ricordi relativi alle tue prime registrazioni, i primi live, la prima crew. Come era la scena in Sardegna in quegli anni? Quali erano le difficoltà e quali invece le opportunità che sei riuscito a cogliere?
Inizialmente non avevo contatto con chi faceva rap a Olbia. Sono cresciuto in maniera solitaria e coltivando un mio gusto e un mio modo di fare, ascoltando principalmente tanto rap italiano, perché certi testi rappresentavano bene i miei stati d’animo ed è stato lì che ho capito di voler fare la stessa cosa. Successivamente poi ho cominciato a legare con quelli che poi sarebbero diventati i miei compagni di viaggio in Machete, ma sottolineo che forse in quel periodo Olbia a mio avviso era un po’ snobbata dal resto della scena rap sarda. Curiosamente però i fatti ci dicono che è stata proprio Olbia a mettere la Sardegna sulla mappa della scena rap nazionale
Nel 2010 fondi la Machete insieme a Salmo, Raton e DJ Slait. In pochi anni diventa un modello di successo nell’indipendente italiano, per poi arrivare alla tua separazione nel 2016. Con il senno di poi: cosa non rifaresti tornando indietro? E soprattutto, che consigli daresti oggi a un gruppo di giovani artisti che sogna di costruire una realtà come quella di Machete nel 2010?
Un consiglio a mio parere non si può dare, perché il nostro modus operandi andava bene per quel periodo storico, ora c’è un contesto diverso.
La Machete rimane qualcosa di irripetibile e unico, che ha settato standard e indicato una strada, probabilmente pungolando e portando al miglioramento anche la scena intera. Per certi versi è ovvio che sia stato un peccato separarsi, ma probabilmente era ciò che andava fatto in quei momenti e che ha tra l’altro portato tutti gli attori della questione a fare il proprio percorso, forgiarsi e crescere.
Col senno di poi, come vedi oggi la rivoluzionaria ascesa del vostro movimento all’epoca? Come si arriva al successo mantenendo intatti i rapporti e la visione comune e quali sono le trappole da evitare che hanno portato al vostro divorzio?
In quel momento storico abbiamo portato freschezza, fame, coesione, voglia e tanta qualità in tanti ambiti. Eravamo tante teste diverse, con caratteri differenti e uno “storico” personale non simile. Questo ci ha donato varietà. Non dimentichiamoci anche dell’età: io stavo compiendo 22 anni alla fondazione di Machete e non ne avevo ancora compiuto 28 quando è uscito il mio primo disco dopo il distacco. Certamente un po’ di esperienza in più poteva farci comodo, ma l’esperienza arriva appunto con il vissuto e quello non te lo regala nessuno.
Dopo l’esperienza Machete hai percorso la strada dell’indipendenza totale, fino all’entrata in Asian Fake. Cosa ti ha convinto del progetto? Come sei entrato in contatto con questa label e chi o cosa ti ha spinto a entrare nel loro roster?
Ho fatto uscire a Gennaio 2025 un EP prodotto da Salmo che si intitola KLOAKA. Da lì ho fatto girare nuovamente il mio nome, dando nuovamente dimostrazione delle mie capacità. In Asian lavorano delle persone che già conoscevo e con le quali sono rientrato in contatto, che hanno creduto nel mio progetto, convinte dai brani che avevo da parte. Sto trovando la dimensione giusta e di cui avevo bisogno. È lo step evolutivo che ci voleva per il mio percorso.
A inizio anno avevi già pubblicato l’EP “Kloaka”, un titolo che già di per sé è evocativo e che tu stesso hai descritto come rappresentazione di un periodo difficile, di “situazioni di merda” da cui volevi uscire. Puoi raccontarci meglio quel momento evocato in quel progetto? Cosa stava succedendo nella tua vita e come sei riuscito a venirne fuori?
Avevo perso probabilmente un po’ delle cose che ho precedentemente citato: l’autodisciplina, la voglia, la fame. O meglio, nella mia vita personale l’ho anche avuta, ma non vedevo obiettivi da perseguire davanti a me per quanto riguarda il discorso musicale. Un po’ di scoramento e di sconforto hanno fatto il resto. Ero parecchio disorientato. Le strumentali di Salmo mi hanno caricato e dato nuova linfa, anche perchè ci tenevo ad onorarle al meglio.
La copertina del tuo Ep “Kloaka” con Salmo é stata disegnata da un altro amico di lunga data: Frenk. Quale è il tuo rapporto con le arti visive E invece per quanto riguarda i graffiti? In passato hai praticato anche la disciplina del writing?
Purtroppo, ho una pessima manualità in generale quindi non mi sono mai cimentato.
Secondo la tua esperienza, perché oggi la strada dell’artista totalmente indipendente nella scena rap italiana è così complicata?
Io paradossalmente ho ottenuto maggiori risultati personali da indipendente che nel periodo precedente (dal 2016 al 2021 soprattutto), ma comunque era un periodo ancora diverso. Devi avere idee, autodisciplina e ti devi mettere molto in gioco, sacrificandoti. Non tutti sono tagliati per farlo o comunque sono disposti al sacrificio.
Sotto Asian Fake hai pubblicato venerdì 17 ottobre il nuovo singolo “Old Trafford”. Perché proprio questo titolo? Cosa rappresenta per te e cosa puoi anticiparci del nuovo progetto in arrivo?
Il brano è un flusso di coscienza che racchiude molto dell’essenza del disco: amore, rapporti, nostalgia, cura del passato con uno sguardo più addolcito al futuro. La metafora dello stadio è decisiva, in quanto l’Old Trafford di Manchester è soprannominato “il teatro dei sogni”, ma allo stadio, sportivamente parlando, si può piangere, ridere, arrabbiarsi. Si condensa tutto in maniera intensa. A livello lirico, dunque, è stato un flusso di coscienza, ma sono finito spesso a parare sul calcio dato che con Jack abbiamo spesso uno scambio di vocali o di messaggi a sfondo calcistico. È una passione che ci lega. Umanamente ci siamo sempre trovati molto e aver onorato una sua strumentale con il suo benestare è un qualcosa di cui vado fiero.
Nel 2022, durante il Red Valley in Sardegna organizzato da Salmo, vi siete riavvicinati pubblicamente. È stato un momento importante per entrambi. Nel nuovo disco sentiremo anche Salmo? C’è spazio per una collaborazione che chiuda definitivamente quel capitolo?
Non credo ci sia un capitolo da chiudere, anzi si è riaperto tra noi.
Dal 2022 ci siamo ritrovati umanamente e il tutto si è ulteriormente suggellato con “Kloaka”. Nel disco Mauri non ci sarà, ma avremo certamente modo di rappare insieme nuovamente. Inoltre, in futuro mi piacerebbe fare un “Kloaka 2” per continuare a dare spazio oltretutto alla sua anima da beatmaker, che a mio modo di vedere viene troppo spesso quasi sottovalutata.
Oggi come stanno la scena Hip-Hop italiana e più in particolare quella sarda? Cosa è cambiato rispetto ai tuoi inizi e quali sono i nomi da tenere d’occhio? Quanto è cresciuto il movimento e quali potenzialità vedi per il futuro del rap isolano?
L’offerta in Italia è vastissima e finché ci sarà “domanda” andrà tutto bene. Dopodiché rimarranno quelli più di spessore, con più carattere e più anima autentica. Ho il sospetto che nel giro di due anni qualcosa cambierà ancora e in maniera decisiva.
Per quanto riguarda la Sardegna, come dicevo precedentemente, non saprei bene che consiglio dare, perché il contesto temporale è diverso da quello che ho vissuto io e questo mischia molto le carte. Ci tengo a segnalare due nomi da Olbia però: Macaboro è un ragazzo talentuosissimo che rappa e produce con un gusto personale. Altro ragazzo promettente che si occupa di produzioni è “Latte & Cereali”.