Lanz Khan & Sick Budd: quadri sonori tra stile, cultura e visione

A due anni da Jack di Fiori, Lanz Khan e Sick Budd tornano con Jack di Quadri, secondo capitolo di una saga rap concettuale che intreccia lirismo colto, sound design raffinato e una visione artistica a tutto tondo. In questa intervista ci raccontano com’è nato il loro sodalizio, il simbolismo dietro la figura del Jack e l’equilibrio creativo che li ha portati a costruire un disco dove l’estetica è centrale quanto le barre. Dai riferimenti al mondo del writing alla cura maniacale per il dettaglio sonoro, Lanz e Sick Budd aprono le porte del loro laboratorio, confermando che nel rap underground c’è ancora spazio per ricerca, innovazione e, soprattutto, l’arte.

A fine giugno è uscito “Jack di Quadri”, che possiamo considerare a tutti gli effetti il seguito naturale di “Jack di Fiori” del 2022. Quando e come nasce il vostro legame artistico? E cosa vi ha spinto a voler costruire insieme non uno, ma ben due album collaborativi rapper/producer?

SICK BUDD: Il nostro legame artistico nasce appena prima della pandemia (fine 2019). Ci siamo incontrati in studio e ci siamo proposti di lavorare a qualcosa insieme, ma si trattava di un brano o due. Successivamente ci siamo ritrovati di nuovo al release party di Piano B (primo album con Silent Bob) e abbiamo parlato di fare ancora qualcosa in più e durante il primo lockdown abbiamo avuto lo stimolo artistico di lavorare a qualcosa di più esteso, come un album. Stavamo circa facendo degli ascolti molto simili in quel periodo e c’è stato un comune intento di unire questi gusti comuni.

Ci conoscevamo da parecchi anni, ma è stata la prima volta che abbiamo lavorato insieme a qualcosa di concreto a livello musicale. Mentre lavoravamo già al primo disco, Lanz aveva in testa di proseguire con tutti i capitoli della saga: c’era già un piano, una “big picture”.

Io sono sempre molto stimolato dal seguire dei progetti completamente piuttosto che dei singoli, riesco a dare una visione musicale completa nella produzione intera di un disco. Capita più spesso che un produttore lavori con gli artisti per qualche produzione di un disco, più che di un album intero. Sono sempre stato super fan di saghe così ben architettate a livello di estetica sonora e visiva. Non si parla di lavorare a compilation di brani “catchy”.

LANZ KHAN: Conosco Buddy da molti anni, ma non avevamo mai avuto modo di collaborare in precedenza. Durante la pandemia avevo fatto uscire Collana di Perle, che era stato un disco dalla lunga gestazione e quindi avevo moltissimi nuovi stimoli per avviare un progetto nuovo. Stavo tenendo d’occhio Buddy da tempo, in quanto negli ultimi anni aveva fatto degli upgrade stilistici notevoli e poco tempo dopo ci siamo incontrati in studio per una sessione. Dopo aver aperto un paio di brani, abbiamo deciso che la strada sarebbe stata quella di fare un disco insieme e così è stato. Inoltre, avevo in testa il titolo Jack di Fiori da molto tempo, così come l’idea di renderlo il primo tassello di una saga dotata di un apparato estetico in grado di raccontare il progetto anche sotto un’altra forma.

Pertanto, proseguire con Jack di Quadri è stato naturale e immediato.

Il titolo “Jack di Quadri”, come il precedente “Jack di Fiori”, richiama il mondo delle carte da gioco, del poker. Ma conoscendo la ricchezza di riferimenti da cui attinge solitamente Lanz, immaginiamo ci siano significati più profondi o nascosti. Come nasce l’idea di questi titoli? È già previsto un “poker” di progetti? E in che modo il titolo riflette l’identità del disco e l’incontro tra i vostri due mondi?

SICK BUDD: I titoli nascono da un viaggio artistico di Lanz, che già da subito aveva previsto un poker di progetti. È un percorso indipendente che si vuole prendere i suoi tempi con tutta la relativa cura. Per me è l’occasione di produrre esclusivamente “arte”, legata al percorso di ascolti fatti dal momento in cui ho iniziato ad ascoltare questo genere.

LANZ KHAN: Trovare i titoli e i riferimenti su cui lavorarli è uno degli aspetti che più mi divertono, perché mi consente di sviluppare sfere semantiche sempre nuove e con sfumature diverse. Nel contesto del dittico composto da Jack di Fiori e Jack di Quadri, la figura del Jack va intesa come una sorta di mediatore liminale, sospeso tra l’alto e il basso, tra la regalità inaccessibile del K (Re n.d.r) e il popolo irrequieto rappresentato dalle prime dieci carte.

Il Jack, infatti, non ha il potere del K né l’anonimato del numero: è un cortigiano e un sabotatore, un tramite tra mondi disgiunti. Vivo questa concezione con la mentalità di un monaco urbano, chiuso nella sua bolla e allo stesso tempo immerso tra la folla.

In questa prospettiva le barre sono la manifestazione di una sorta di ninjutsu lirico. In ultima analisi, il Jack è quindi una sorta di mio alter-ego e incarna l’ambiguità dell’apparenza, il fascino decadente dell’effimero, un trickster raffinato che danza tra simboli esoterici e pulsioni carnali. È l’alfiere dell’estetica sensuale, del mascheramento, del sortilegio linguistico.

In Jack di Quadri, si trasforma nel curatore di una galleria sonora che assume i tratti di carnevale sovversivo in cui l’arte stessa è intesa come atto criminoso e sacrale allo stesso tempo. Quadri (così come fu per Fiori) non è solo un seme, bensì una moltiplicazione di visioni: il Jack ne è l’interprete instabile, il giullare ieratico che sfida le gerarchie.

In entrambi i dischi, dunque, il Jack è il simbolo dell’artista-messaggero, colui che si muove sul margine, che traduce il caos in forma e la forma in critica, senza mai appartenere completamente a nessun regno.

Per quanto riguarda, invece, l’incontro tra i nostri due mondi, devo dire che Buddy ha sempre dimostrato non solo di apprezzare il mio viaggio estetico, ma anche e soprattutto di avere la sensibilità per accompagnarlo nel migliore dei modi, conferendogli un ulteriore spessore musicale. Per me è una figura al confine col sound-designer, perché in questi progetti l’intreccio fra parole, musica e immagini è particolarmente denso e significativo e ogni disco ha una sua atmosfera sonora riconoscibile.

Restando sul tema dell’identità: come siete arrivati a una sintesi creativa condivisa? Vi siete trovati subito in sintonia sulla direzione del progetto o ci sono stati momenti di confronto? E ci raccontate qualche “dietro le quinte” dal lavoro in studio?

SICK BUDD: Il fatto che abbiamo deciso di lavorare insieme a dei dischi nasce proprio dall’idea di voler perseguire “un suono”. Il primo disco (Jack Di Fiori) l’ho prodotto interamente in lockdown senza sapere quando avremmo potuto registrarlo, tanto che Lanz mi mandava i testi per iniziare a farmi capire la direzione del progetto.

Il secondo, a livello di produzioni, l’ho lavorato per la maggior parte in studio da solo, perché quando mi usciva un beat, che aveva senso per il progetto, glielo giravo. Ci siamo molto confrontati nei momenti precedenti, parlando della direzione del disco che avrebbe dovuto prendere e dei sample che ci sarebbero serviti. Avendo entrambi una profonda conoscenza della materia, ci è bastato questo rapido confronto prima di entrambi i progetti per sapere subito dove dovevamo andare a parare.

LANZ KHAN: Qui la risposta sarà breve: ci siamo arrivati con estrema naturalezza e la sintonia è stata immediata. Ci confrontiamo sempre all’inizio di ogni progetto, ma avendo gusti molto simili, abbiamo facilmente trovato una sintesi in grado di soddisfare entrambi.

Per i “dietro le quinte”, ti posso segnalare il rituale che precede ogni nostra registrazione, ossia il “caffè amaro come la vita” di Sick Budd, che è un appassionato di miscele e in studio ne ha sempre di nuove da farmi provare.

Cosa vi ha colpito maggiormente delle capacità artistiche l’uno dell’altro, e cosa secondo voi rende questo duo così funzionale?

LANZ KHAN: Dopo ormai un ventennio di rap, posso dirti che Buddy ha una visione da producer a 360°, che sicuramente aiuta chi come me si muove principalmente per istinto. La sua versatilità fa sì che la visione che ho in mente possa tradursi in sfumature sempre nuove e questa cosa è estremamente stimolante. Ha gusto per i sample, suona beat da zero, sa orchestrare le sue produzioni e non propone mai lo stesso beat, perché c’è sempre un dettaglio che lo porta a uno step successivo.

Secondo me ciò che rende il duo così funzionale è l’amore incondizionato per questa cultura e la voglia di proporre i progetti al massimo livello qualitativo possibile sotto ogni punto di vista.

SICK BUDD: A me colpisce sempre l’estrema cura nelle liriche di Lanz, perché la ricercatezza delle citazioni è comunque messa a servizio di una narrativa street. Credo che abbia una scrittura unica e non l’abbia mai messa a servizio del denaro, ma solo della cultura. Tanti artisti che vediamo nel panorama più commerciale secondo me hanno in parte attinto alla sua lirica per poter avere un punto forte di riferimento nel panorama hip-hop e per avere un esempio di giunzione tra arte e “cultura street”. In ambito underground trovo poca roba che possa competere a livello qualitativo.

Il duo è funzionale perché è di comune accordo nell’essere a servizio della cultura. Al centro del discorso non ci sono sicuramente questioni economiche.

Cerchiamo di fare il meglio anche nella parte di contorno: quando dobbiamo stampare dei vinili, cerchiamo di offrire un prodotto di qualità e di valore. Le grafiche vengono realizzate con illustrazioni fatte a mano. Ogni passaggio è fondamentale per la proposta di un prodotto di alto livello.

Quali sono state le principali influenze – musicali, culturali o personali – che vi hanno guidato nella realizzazione dell’album?

LANZ KHAN: Sotto il profilo musicale, sicuramente agisce in background la mia formazione artistica, in buona parte fondata sull’ascolto e sull’assimilazione di gruppi come Wu-Tang, il collettivo Griselda, Mobb Deep, Sean Price, Big L, Smoothe Da Hustla, Non-Phixion, GangStarr, Jay-Z e moltissimi altri. Per altri versi, invece, le mie ispirazioni vengono maggiormente dal mondo dell’arte, del cinema e della letteratura.

Per Jack di Quadri ho guardato maggiormente all’arte contemporanea, mentre su Jack di Fiori mi ero lasciato suggestionare maggiormente da opere del XVIII/XIX secolo.Una suggestione forte e che ho mantenuto in entrambi i lavori è rappresentata dalle illustrazioni di autori nipponici quali Toshio Saeki, Suehiro Maruo e Yoshikazu Ebisu.

Il risultato finale è però sempre qualcosa di imprevedibile, perché ci devi mettere anche dentro anche lo stato emotivo del momento, la necessità di non ripetersi, la traiettoria del progetto specifico e molti altri fattori.

SICK BUDD: Se pensiamo al genere che stiamo portando avanti, possiamo dire che è rappresentabile tramite un tunnel temporale che va dai Mobb Deep a tutta la scena Griselda, passando per Alchemist, Wu- Tang, Schoolboy Q ecc… Le influenze maggiori sono proprio questi due limiti estremi che guidano un po’ la scelta sonora. Io ho iniziato a voler fare i beat dopo aver sentito “The Infamous” dei Mobb Deep. Griselda invece mi ha fatto pensare che c’era speranza ancora per il rap in un momento in cui sembrava ci fosse spazio solo per la trap.

Nell’album ci sono diversi riferimenti al mondo del writing, incluso il singolo “TAGGO SUL DUOMO”, che campiona persino il rumore dello spray. Da dove nasce la volontà di richiamare questo immaginario? Come nasce questo brano nello specifico? C’è qualche aneddoto dietro?

LANZ KHAN: Parlando d’arte, non potevo non abbondare con i riferimenti a una delle forme d’arte che più mi hanno forgiato, ossia il writing. Non è questa la sede per dibattere se stia o meno nel perimetro dell’arte secondo una visione più convenzionale, ma ciò che mi ha sempre affascinato del writing e che ho deciso di richiamare in questo disco è la sua componente di rottura, che la rende strabordante e totalmente anarchica rispetto alle regole, e la sua capacità di rielaborazione dell’oggetto. Mi spiego meglio: a mio modo di vedere, un muro, un vagone o un furgone non è più la stessa cosa con una tag sopra.

C’è, poi, un rapporto viscerale è a tratti ineffabile fra un bomber e la superficie urbana e in un certo senso ritrovo un’intensità simile al mio modo di sentire le cose. Del writing ho sempre amato anche l’ossessione per l’originalità; basta copiare il loop di una lettera e sei finito e penso che questa mentalità sia da riportare anche nel rap in maniera un po’ più decisa.

Per me un rapper che suona uguale a un altro rapper e che usa la poetica di un altro rapper, seppur americano, senza svilupparla in maniera netta è un wack rapper.

Andando nello specifico, Taggo sul Duomo nasce con l’idea di voler esprimere tutti questi rapporti, in maniera sicuramente più leggera, ossia con l’attitudine del banger. Il Duomo, in tal senso, è l’edificio più iconico di Milano, quello da cui tutti si sentono rappresentati.

Dire “taggo sul Duomo” è da un lato un’iperbole di iconicità, perché è ciò che ogni writer sano di mente non farebbe mai per mille motivi. Allo stesso tempo però (e qui inizia l’aspetto, se vuoi, più concettuale del brano) è anche una riflessione indiretta su come questi simboli si trasformano nel tempo.

Il Duomo è in primis un edificio sacro, divenuto poi simbolo conclamato della milanesità. Col tempo questo simbolo si è tramutato in una scarna cartolina, poi a uno sfondo per selfie fino a venire divorato da maxi-schermi e dispositivi di consumo visivo che, a mio parere, lo hanno nuovamente trasformato in un nuovo simbolo molto più decadente.

Pertanto, mi sono chiesto con sarcasmo: perché se il brand X può metterci un cartellone pubblicitario sopra allora non può esserci sopra anche la mia firma? La provocazione è evidente, ma conserva un concetto: tutto si trasforma.

Tra le collaborazioni spiccano nomi importanti ed eterogenei: da DJ Skizo e DJ Double S a En?gma, Murubutu, Nerone, Dani Faiv, fino a Incis Zone e collaboratori storici di Lanz come Jangy Leeon o Axos. Come avete scelto i featuring? E come sono nate in particolare le collaborazioni con Murubutu, DJ Skizo, il brano con Nerone e Double S o quello con Incis?

LANZ KHAN: Innanzitutto non volevamo riproporre ancora gli stessi featuring di Jack di Fiori (unica eccezione Lexotan ai ritornelli). In secondo luogo, abbiamo cercato nella nostra rete di contatti e amicizie gli artisti che ritenevamo più adatti a questo secondo capitolo. Con Murubutu avevamo un pezzo in ballo da tempo e mi è sembrata la sede giusta per finalizzarlo. Con Axos, Nerone, Dani e Truman non collaboravo da molto tempo ed è stato un piacere fare nuovamente musica con loro. Con En?gma e Jangy abbiamo composto un trio umanamente molto affiatato ed è stato naturale averli nella stessa traccia. Incis lo seguivo da tempo e ci siamo trovati subito sulla stessa lunghezza d’onda.

Double S e Skizo, invece, colmano il vuoto degli scratch che avevamo lasciato in Jack di Fiori, unico mio album senza! Ma a prescindere da tutto questo, si tratta di artisti che ammiro e persone che stimo anche al di fuori della musica.

SICK BUDD: In una precedente risposta ti ho detto che Lanz è uno dei rapper più forti se parliamo di underground e di rap nudo e crudo. Se Lanz ti propone di fare un pezzo rap in un disco rap e tu sei un rapper, non puoi astenerti, perché conosci il peso specifico artistico di questo progetto.

Lanz i tuoi testi sono sempre ricchi di immagini, citazioni colte, cinematografiche o letterarie. In questo progetto hai seguito un concept preciso? Qual è la direzione narrativa che hai voluto prendere e da dove nasce il tuo legame con il mondo del writing?

LANZ KHAN: Il concept, di cui parzialmente ho accennato prima quando ti parlavo della figura del Jack, qui si sposta sull’arte, com’è facilmente intuibile dal titolo.

In molti attendevano questo secondo capitolo proprio perché desiderosi di ascoltare un mio album interamente dedicato a questo mondo e devo dirti che all’inizio avevo anche un po’ paura di sviluppare un’idea banale o, viceversa, eccessivamente criptica. Di conseguenza, mi sono preso qualche tempo prima di iniziare a scrivere. Ho buttato giù i primi brani avendo chiaro il mood e con alcuni soggetti già sgrezzati. Solitamente ritorno moltissimo sui miei testi, con lunghissimi labor limae, ma questa volta ne ho fatto davvero pochissimo. Ho scritto praticamente tutto di getto ed è stata buona la prima al 90%. Questa spontaneità secondo me è stata la chiave per fare il disco che volevo.

Per quanto riguarda, invece, il mio legame col writing, esso risale praticamente ai miei inizi. Mi avvicinai alla cultura Hip-Hop intorno al 2003/2004 e mi cimentai subito in ogni disciplina possibile. Ahimè, scoprii in fretta che mi veniva meglio usare le lettere in altra maniera, ma ho sempre amato il writing e rispettato tantissimo i writer. Qualche anno fa ho anche ripreso in mano marker e bombolette, ma per fortuna del mondo circostante è stata una parentesi molto breve. Come già accennato in precedenza, ritrovo molto della mentalità del writing nella mia da rapper.

In Italia c’è ancora spazio e mercato per il rap underground come il tuo? A livello internazionale, ma anche italiano, vedi i vari “illustri ritorni” e “rimpatriate” anche le major cercano di cavalcare il ritorno in auge di un rap più “classico”. Qual’è il tuo punto di vista?

LANZ KHAN: Non la vedo tanto come una questione di suono, quanto più di valori, linguaggio ed estetica veicolati dalla musica. Sicuramente, per certi tipi di autorialità come la mia, non c’è e mai ci sarà spazio in un certo perimetro discografico più istituzionale. Quantomeno se ci pensiamo a livello di sistema e trend. Allo stesso tempo, credo che il nostro compito sia quello di ritagliarci il nostro spazio senza precludere nulla.

Il mio punto di vista è tirare dritto per la mia strada come un treno merci, perché, nonostante le complessità, penso sempre che le sorprese siano dietro l’angolo. L’importante è non tradire se stessi, perché così facendo non tradirai mai chi ti ha ascoltato per anni e ti ha dato credito e supporto.

Sick Budd tu invece fin dai lavori con Silent Bob, passando per l’album con E-Green, fino al recente “Narco Blues” con Pessimo17, hai dimostrato una forte identità come produttore, capace però di adattarsi a ogni artista valorizzandone la visione. Da dove credi arrivi questa tua capacità di cucire suoni su misura senza mai snaturarti? È questa la vera cifra di un producer o c’è qualcosa di più

SICK BUDD: Come dicevo prima, per me è molto più appagante seguire dei progetti che dare in giro casualmente dei beat. Se lavoro con un artista è perché abbiamo tanto di musicale in comune e allo stesso tempo tra di noi c’è una forte stima reciproca.

Non voglio essere associato solo alla musica underground o alla musica più commerciale. Sono un amante della musica e ho bisogno di tutto quello che può darmi ognuna delle due esperienze. Ho preso come riferimenti i percorsi di Alchemist o Harry Fraud che lavorano sia a dischi che vengono certificati platini sia a dischi profondamente underground, ma di immenso valore artistico.

È un percorso che ho visto fare poco dai produttori in Italia: una volta emersi nel mondo dei “grandi” abbandonano completamente tutta quella che è stata la scena che li ha cresciuti, ma ovviamente parliamo di un pensiero molto personale.

Una volta fatta questa scelta è importante lasciare la traccia del proprio suono su tutto quello che tocchi, capendo però le esigenze relative ai progetti. Ho bene in testa quello che so che voglio fare e quello che non voglio fare. Il mio percorso è su tanti fronti, ma l’attitudine hip-hop deve sempre rimanere. Sono tutti progetti di cui vado estremamente fiero e chi mi hanno insegnato a lavorare con diverse personalità a livello umano e musicale. Non sono forse la persona giusta per curare il singolo dell’anno, ma forse possiamo parlare dell’album giusto per l’artista giusto.

Che tipo di atmosfera volevi costruire per accompagnare il rap di Lanz in questo disco? Hai seguito un’idea precisa fin dall’inizio o ti sei lasciato guidare traccia dopo traccia?

SICK BUDD: Siamo partiti dal voler accelerare i BPM rispetto a JDF, mantenendo la cifra stilistica su un sound prevalentemente cupo e a tratti malinconico. Ci siamo scambiati qualche reference e successivamente sono partito con la produzione. Ogni volta che c’era qualcosa che poteva fare al caso nostro, lo passavo a Lanz. Abbiamo scartato giusto 3-4 beat. Eravamo molto preparati a questo progetto.

JDF se vogliamo era un disco più sperimentale perché avevo estremizzato la lentezza dei beat Griselda portandoli a un timing ancora più basso in alcuni episodi; ci sono tracce che suonano a 55 bpm. Le collaborazioni erano poche, perché il tappeto si prestava proprio a qualcosa di più particolare. In questo disco volevamo coinvolgere gente e riportare i bpm a farti muovere la testa su e giù.

Negli ultimi anni si è visto un ritorno al rap “classico”, fatto di barre, sample e bpm più lenti. Come ti spieghi questa tendenza, dopo che per anni quel suono era stato etichettato come “vecchio”? Dove secondo te si rischia di cadere nella nostalgia sterile e in quali casi invece questo ritorno può essere ancora innovativo? E oggi, quali sono i tuoi riferimenti artistici più influenti?

SICK BUDD: Probabilmente ha stancato un po’ l’ondata trap che c’è stata fino al 2020. Da quel momento ho percepito che era il momento per far stabilizzare la scena rap, dando spazio alla ripresa di alcuni suoni più classici.

L’importante è: non riproporre la formula anni ’90, ma cercare di farne tesoro e riproporla in una versione più contemporanea. Questa cosa si chiama rap e non vale la pena di parlare di qualcosa di più vecchio o più nuovo, perché la trap negli US è un genere funzionale da diversi anni (molto prima che in Italia). Non è nostalgia se, una volta scelto un campione,si cerca di lavorarlo in una maniera più attuale, cercando di sfruttare anche le recenti innovazioni tecnologiche del campo.

Al momento le mie reference artistiche sono J Cole, Joey Bada$$, Pusha T, BigXthaplug, The Alchemist, Kaytranada, Kota The Friend, Larry June, Little Simz, MAVI, Mick Jenkins, Navy Blue, Rick Ross, Schoolboy Q, Tyler The Creator, Mac Miller, Blxst e molti altri.

Tengo sempre ben a mente alcuni artisti come J Dilla, MF Doom, Madlib, Kanye West, Jay Z,Mobb Deep, 50 Cent, Lloyd Banks, A$AP Rocky, Wu-Tang, Common, Notorious BIG, A Tribe Called Quest, Gang Starr… sono tutti artisti che mi influenzano tutt’ora. Sapendo “usare l’influenza” che questi artisti hanno su di me, quasi sempre riesco a riportare tutto in una chiave moderna.

 

ASCOLTA “JACK DI QUADRI” UN ALBUM DI LANZ KHAN & SICK BUDD:

 

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati