Aban al microfono - underground street rap Lecce

Il significato del rap di strada secondo Aban. L’intervista

Aban si racconta a ThrowUp Magazine: gli esordi con il Thug Team, la strada, l’amicizia con Lou X, le difficoltà nel portare lo street rap in Italia e i fake gangster di oggi…

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Ciao Aban, grazie di aver accettato il nostro invito. Anche se sappiamo che è passato tanto tempo, iniziamo chiedendoti come e quando ti sei avvicinato alla cultura Hip Hop?

Mi sono avvicinato alla cultura hip hop all’incirca nel 1996 e l’unico modo per conoscere questa cultura partendo da basi solide era conoscere qualcuno con la tua stessa passione. Non c’era la diffusione mediatica di oggi e soprattutto quella poca che passava in radio e tv era ben lontana da quello che era realmente l’hip-hop e ovviamente anche il rap. Le uniche informazioni provenivano dal passaparola e da quelle pochissime riviste di settore (una) con una tiratura così bassa da arrivare raramente nelle città di provincia. Ho cominciato tramite un amico, uno dei pochi che in questi 34 anni passati è rimasto tale, dico questo perché ai tempi solo un vero amico poteva “regalarti” una passione e trasmetterti i suoi “segreti”.

C’era molta gelosia su quelle nozioni, sulle tecniche, sui gruppi conosciuti e i dischi che si ascoltavano, questo perché la cultura musicale era frutto di una vera e propria ricerca che costava tempo e dedizione, non era certo fruibile come al giorno d’oggi.

I generi di nicchia come il rap, il reggae, la techno e ogni corrente underground avevano alle spalle una scena molto solida, questo perché come detto prima, solo chi coltivava davvero una passione poteva comprendere quella di un altro che come lui aveva sfidato “l’ignoto” panorama musicale fuori da “TV Sorrisi e canzoni”. Solo il dittatoriale panorama musicale italiano avrebbe potuto osare tanto, figuratevi che c’era ancora Caterina Caselli a muovere i fili del mainstream! Ah c’è ancora? A ok, salve signora Caselli.

Ti va di raccontarci un aneddoto: il nome “Aban” a cosa è dovuto, com’è nato?

Il nome ABAN non viene da un acronimo, né tanto meno ha un unico significato, ne ha molti, ma questo l’ho saputo solo dopo. Ho avuto varie tags, la prima è stata Shine, poi scelsi Urto. Come molti immagino, ero solito leggere AL seduto sul cesso e quel giorno c’era un’intervista a Eron, dove spiegava che la sua tag era semplicemente nata dall’unione delle migliori lettere che sapeva disegnare e a quei tempi. Essendomi appassionato al writing oltre che all’mcing, feci lo stesso, anzi semplificai, ancora, di più il problema, mettendo due A che erano e le lettere migliori che sapevo fare insieme a B e N. Poi di questo mistero ne ho altre 37 versioni!

Nel 2003 fondi  insieme a Tacco il Thug Team ed iniziano ad uscire i vostri primi progetti di crew: ti va di raccontarci qualche ricordo o progetto di quel periodo al quale sei rimasto legato particolarmente?

Sicuramente il progetto a cui sono rimasto più legato è StrategieThug Team è stata la prima crew con cui scrissi un disco, sicuramente più di una famiglia, in cui condividevamo tutto e, al di fuori del lavoro, praticamente anche ogni minuto.

Soprattutto io e Tacco che la fondammo almeno due anni prima. Mi ero spostato da Lecce a Perugia, dove mia sorella aveva fondato con un altro Dj Ragga un sound chiamato Shotta P, (inizialmente era solo shotta, poi durante il taglio di un dubplate il mitico Buju Banton gli aggiunse la P di police). Reduce da un intenso periodo di quasi totale simbiosi con la strada, tra jam illegali (con la mia prima crew Lupiae Squad), curva del Lecce e una sequela di arresti che decimarono la mia comitiva, accolsi l’invito di mia sorella a stare qualche settimana da lei a Perugia, suonando nelle loro dancehall il mio set ragga-hiphop. Fu proprio in una di quelle serate che conobbi Ill Tacco, veterano della scena di PG.

Con “Strategie”, infatti, voi del Thug Team, siete stati tra i primi in Italia a “sdoganare” una certa attitudine e argomenti di strada nella vostra musica, che da una parte della “vecchia scuola” italiana non erano, proprio, visti di buon occhio. Il vostro però era rap di strada credibile, dipingeva realisticamente situazioni che vivevate sulla vostra pelle, ed il vostro era un messaggio di riscatto: cosa ci puoi raccontare di quel periodo?

Il disco Strategie era troppo vero e cristallino per i tempi, per argomenti, struttura, produzioni, multietnicità e soprattutto tanta mentalità di strada, che ai tempi non era vista di buon occhio dai grandi dell’old school italiana.

Quindi gravitavamo tra centri sociali e Jam di strada, abbastanza lontane da quel circuito fatto di rap un po’ più “fighetto” del nostro. Ricordo questi grandi nomi, e tali erano per aver creato un movimento nazionale, ma si poneva come un élite di artisti sempre con la puzza di sucker sotto il naso data la forte radice che ci legava alla strada e ai suoi temi vietati dalle leggi Zulu.

Arrivai a Perugia con un bagaglio pieno di rabbia e di rancore dopo i vari arresti subiti dalla mia comitiva prima della mia partenza. Erano reati legati unicamente all’ambito Ultras, ma che allora furono interpretati fantasiosamente come associazioni a delinquere pur di infangare e penalizzare agli occhi dell’opinione pubblica gli Ultrà Lecce. Senza togliere, che solo un anno prima finii di scontare due anni e sette di messa alla prova, frutto di un abuso di potere da parte della polizia di stato, che mi fruttò una condanna davanti al tribunale, sulla base della mia dichiarazione di colpevolezza, inventata di sana pianta e redatta da un fantasioso ispettore che mi “invitò” in questura facendomi sentire la mia ragazza in lacrime e interrogandomi senza un avvocato o genitore nel rispetto della legge, la sua. Tre su quattro eravamo pregiudicati.

La cosa che ci era più’ familiare e ci aveva unito, oltre la musica, era la strada, condita dalle situazioni che ti portavano a commettere gli inevitabili reati che, chi più chi meno, chi macro e chi micro, riempivano le nostre giornate, piccole cose eh, niente da ergastolo ecco.  Ognuno di noi aveva avuto un passato turbolento tra abuso di sostanze, risse, micro-traffico di materiale illecito e ci trovammo tutti accomunati dalla divina via d’uscita che ci offriva la Cultura Hip-Hop.  Una volta imparate le tecniche, la nostra attitudine genuina era ben lontana dalle tessere di ammissione a 10000 mila lire per essere parte della Zulu Nation e dei suoi codici quasi militareschi.  Ecco perché “Thug Team”: Tupac (r.i.p.) non c’entrava assolutamente niente, semmai Mobb Deep o CNN! Fu così che l’HH diede ad ognuno una strategia per venire fuori dal vortice che troppo spesso ti porta solo in due posti: o in cella o al cimitero.

Nel 2007  nasce la Sud Est Records (una delle poche realtà indipendenti che ancora oggi resiste nel mercato HH) ed escono i primi progetti come “S.U.D” e “Ancora Fuori”. Proprio in quest’ultimo,  ci è rimasta impressa una tua strofa su “Cronaca Reale” che si chiude con questa affermazione: Oggi è nuovo giorno, prendi fiato e pensa che c’è molta differenza tra la strada e fare i gangsta!”Puoi spiegare meglio ai nostri lettori questo concetto, spesso frainteso dal pubblico italiano, e qual’è il tuo punto di vista ancora oggi?

Cronaca reale nasce ovviamente da una storia vera: uno degli omicidi che dopo più’ di dieci anni di “pace” aprì nuovamente uno scenario di guerra di mafia. A casa mia (Lecce, n.d.r) fare rap non è mai stata una cosa facile data la mentalità altamente provinciale, immagina in mezzo alla strada di quei tempi come poteva finire uno di questi ragazzini che parlano di smitragliate, chili di droga e organizzazioni criminali che solo nel mondo dei “mini pony”. Perché in quello vero, quando parli di strada e spari cazzate che non fai, qualcuno che con quelle cazzate ci lavora, potresti ritrovartelo per caso sotto casa, qualcuno a cui devi dare spiegazioni su questi chili qui, questa magnum qua.

Scrivere un pezzo come quello in quegli anni, o ancora peggio durante una delle fasi più’ feroci della faida, uscire con Storie Ordinarie significava camminare per strada sempre con la consapevolezza di poter incontrare la persona sbagliata al tuo concerto, che o per protagonismo o per mancanza di rispetto verso il sistema poteva contestare le tue parole rivolte ai ragazzini, ossia a stare lontani dalla criminalità, se avevano anche una sola altra possibilità di scelta. Poteva finire in qualunque modo, dall’ospedale al cimitero per chi parlottava di criminalità dal salotto di papà, senza mai aver avuto il benché minimo rapporto con quegli ambienti. Ma noi dalla strada ci venivamo davvero e, senza nulla di cui vantarci, la strada ci conosceva per dato di fatto, visto che ci stavamo giorno e notte. Non mi sono mai sentito né un gangsta né un criminale, eppure una piazza l’avevo gestita davvero (non il giro a casa di universitari belli e profumati con il minimo rischio e il massimo guadagno che fa sentire sti pupazzi come Tony Montana), legando inevitabilmente con un ambiente che solo grazie alla musica non mi costrinse a incatenare la mia vita.  Noi non amavamo le regole in generale, questo perché le conoscevamo bene, perché subivamo sulla nostra pelle il potere di un cognome o di una mamma sotto casa con una 38.

Amavamo la strada e la gente di strada come noi, scoprimmo per strada le nostre passioni, i nostri amori e le nostre amicizie… era solo grazie a lei se eravamo liberi di sognare qualcosa di diverso dai percorsi già scritti. Io me ne innamorai a sedici anni andando via di casa e prendendola come compagna negli anni a venire, costruendo in quel mondo le mie aspirazioni .

La strada è fatta di mille altre cose oltre alla droga e alle pistole russe/albanesi che facevano di un ragazzino in cerca di affermazione un killer. La strada era tutto quello che ci offriva la nostra città oltre alle discoteche e la playstation, ci offriva lo spazio più’ libero e fuori controllo dallo sguardo dei tutori al servizio dello stato che puntavano su altri crimini, non certo sui writers, sulle jam illegali o le canne sulle panchine. Qualcuno da simpaticone frustrato, col culo che gli bruciava per il rispetto e la stima che ci davano nei quartieri, diceva che volevamo fare il gangsta rap, ma il nostro era molto di più’, era Street Rap.

Con 5 Album da solista alle spalle e tantissime collaborazioni in tutta Italia si può affermare che hai una solida carriera e sei considerato un “veterano” della scena… In che momento ti sei reso conto di avere un ruolo di rilievo nella scena HH italiana?

Quando cominciai a lavorare come operaio non specializzato nel  risanamento binari e presi una quota in un locale, non proprio legalissimo, offertami da un gruppo di redskins (grazie anche alla garanzia della street credibility di un mio amico fraterno e compagno di curva, Mirko Skin, che dopo una diffida a vita da Perugia, aveva lasciato un segno nel cuore e belle cicatrici sugli avversari, durante epici scontri al fianco di quei ragazzi).

Io gestivo l’organizzazione delle feste rap, il sound Shotta P di quelle ragga, gli skins, il punk, lo ska e Mr Mokka, abile distributore all’ingrosso di materiali pregiati, si occupò della contabilità. Portai in concerto su quel palco: Slum Village da Detroit per la prima volta in italia, Afu Ra da NY per la prima volta in italia (dopo la buca che diede a Napoli con annesse macchine bruciate e rivolta), Grand Agent e Liv Raynge che presentai anche ai Club Dogo e praticamente il 60% della più’ affermata old/new School Italiana: Kaos, Alien Army, Gopher D, Club Dogo, Dj Shablo, Turi, Stokka e Mad Buddy, Inoki, Mazzini Maghreb, Lama Islam e Nunzio, Jimmy Spinelli potrei continuare…

In uno dei tuoi ultimi Album “A Ferro E Fuoco” è presente un featuring con una leggenda come Lou X. Raccontaci come vi siete conosciuti ed il ruolo che ha avuto nella realizzazione dell’album stesso.

Ho conosciuto Luiggio (Lou X ndr) circa 6 anni fa, ma in realtà l’ho conosciuto nel ‘96, come Lou X, attraverso due dei suoi dischi che hanno segnato indelebilmente la mia mentalità e svelato la mia attitudine e il mio elemento naturale, il rap. Ero ad una sfida di freestyle in un paese vicino Lecce, si scontrava un membro/artista, ora non più’, della Sud Est Records, Dega era come una mitraglietta in freestyle. Sta di fatto che mentre seguivo la sfida spunta da dietro il palco quel fratellino di Brenno Itani di Bologna, che con la faccia della gioia per quello che stava per comunicarmi snocciolo 2 barre di , “Paoloooo dietro il palco c’è Lou X”. Ora io non avevo la più’ pallida idea di cosa ci potesse fare Luigi in quel paesino, a quella serata, che non aveva assolutamente niente di nazionale nel livello, ma sapevo che Brenno non avrebbe mai giocato su una delle poche cose su cui non scherzo mai.

Arrivai dietro il palco e lo vidi seduto su una sedia circondato da un po’ di gente. Mi feci largo gli tesi la mano e gli dissi : Io mi chiamo Aban e nonostante tu non mi conosci ti devo tanto, come  il fatto che dopo aver sentito i tuoi dischi ho cominciato a rappare. Gli diedi un pezzo di fumo e dissi “questo è un piccolo presente che ti prego di accettare, senza ringraziamenti sono io che devo dire grazie a te.” Senza aspettare un secondo, né una risposta, girai il culo e me ne andai.

Avevo il cuore che batteva come una batteria, me ne tornai in mezzo al pubblico e cominciai a rollare un cannone, quando dalla folla vedo spuntare Lou X e Brenno una volta sotto il mio muso mi fa’:”è voluto venire lui! Ora vi lascio che penso avrete molte cose da dirvi.” Di tutto il discorso mi ricordo solo poche cose, fu una sorta di trip e impresso nella memoria c’ho quelle parole:“Il lavoro sporco qualcuno deve pur farlo, e tu lo sai fare bene.”

Poi niente, non lo vidi né sentii più. Poi un giorno mi intervistano e in una domanda che mi chiedeva con chi avrei mai fatto un disco tra tutti gli artisti preferiti, io risposi: “Lou X”. Dopo un paio di giorni mi arriva una chiamata ed era lui e mi dice: “allora quando lo facciamo sto disco?”Gli dissi che avevo quasi chiuso tutto il disco ma gli chiesi se potevo inviargli un pezzo dove avrebbe, se gli fosse piaciuto, messo una sua strofa. Lui mi disse così’: “Va bene facciamo un pezzo insieme, ma ci dobbiamo vedere di persona e lo scriviamo insieme, come si faceva una volta”. Lo invitai insieme a Dj Disastro e Anastasia e In un paio di giorni mi ritrovai Lou x in studio che snocciolava campioni da paura che disastro abilmente tagliava e looppava senza soddisfazione, fin quando Luiggio (Lou X ndr) disse :”ce l’ho!” e in meno di un ora Disastro aveva tirato fuori quella mazzata di strumentale. Io e Louiggio cominciammo a scrivere e nella stessa giornata tirammo giù le strofe. Io ne scrissi due e chiesi a Luiggio quale avrei dovuto tenere e lui disse “tutte e due”. Io entusiasta dissi ora ci manca solo la tua.

Restò un paio di minuti in silenzio e disse : a questo pezzo non manca niente tranne il ritornello e fece “A Ferro e Fuoco!”. Qui c’è tutto quello che vorrei dire. Reccò il ritornello e io decisi di intitolare così tutto il disco come dedica. Poi diventammo amici e ogni volta che ci rivediamo è sempre festa.

Fin dal primo giorno in molti brani tendi a marcare la tua attitudine, quanto questa sia importante, quanto ti abbia caratterizzato e come non ti abbia mai “abbandonato”. In una delle tue strofe dici: “Non scegli questi giri, non scegli i genitori, come non scegli un’attitudine, te la ritrovi”. Gli anni sono passati, la tua attitudine per niente, nel Rap così come nelle vita quotidiana! Puoi spiegarci perché l’attitudine è fondamentale sia nella musica che nella vita di tutti i giorni?

L’attitudine è il motore, la mentalità è la sua benzina. Puoi essere bravo a rappare quanto cazzo ti pare, ma se non hai un motivo valido per farlo se non quello che ha la scena di oggi, ossia diventare qualcuno, famoso e ricco ecc.., non sei nato per farlo lo hai solo imparato. È qualcosa di molto più prezioso e unico quando l’obiettivo principale di fare rap non è farlo per diventare, ma di essere per rappare.

ThrowUp Magazine vuole dare spazio anche e, soprattutto, al mondo dei Graffiti, in quanto disciplina fondamentale della Cultura Hip-Hop. Sei legato anche tu a questo mondo? C’è qualche nome di Crew o writer che vorresti citare?

Ho dipinto costantemente fino al 2005, a Lecce con Dna formammo la 2td (“two to destroy”); a Perugia incontrai chi mi fece evolvere notevolmente dal block o dal bubble verso la  ricerca del Wild Style, lui è Bero della Pot crew e della M4C (Molotow 4 cops).

Poi ho cominciato gradualmente a diminuire anche se ancora oggi , di notte “me sale lu picciu” ed esco in solitaria a spruzzare un po’ qua un po’ là su questo caro cemento. Non credo che un vero writers, che ha fatto della propria ragione di vita, il mettere il suo nome materialmente e per sua mano, ovunque sia umanamente permesso, abbia bisogno di essere nominato da un nessuno, come me in quest’ambito, e credo che sia molto più’ motivante non scrivere alcun nome su questa intervista dandogli un motivo in più’ per scriverlo ancora una volta, sui muri, in mezzo alla strada, in maniera illegale, rischiando il culo e la fedina penale. Ma più di tutto la maggior parte sono tutti amici, con le loro “guerre” e i loro contrasti interni che potrei involontariamente ampliare.

L’intervista volge al termine, abbiamo ancora un paio di  cose da chiederti prima di salutarci. Stai lavorando a qualcosa di nuovo? Cosa ci dobbiamo aspettare da questo 2020? Che piani hai per il futuro?

Sto attualmente registrando il mio nuovo disco (su cui mi è stato imposto da me medesimo di non divulgare informazioni) al Sud Est Studio, ora che la nuova sede/studio della Sud Est records è in costruzione. Sta per far uscire un mixtape con tutte le strofe uscite come feat da quando ho cominciato (per ricordarmi quando me lo sento che non ho mai fatto un pezzo con un babbo di minchia in tutta la mia vita, né per denaro né per Amicizia, ma solo e sempre per stima artistica al fine di alzare il livello ). Conterrà anche tre singoli/inediti del nuovo disco, un paio di remix strumentali. Oltre ciò, sono al lavoro con il regista Luca Bianchini e il D.O.P. G. Cavallini su un progetto attualmente sotto segreto di Fatima.

Inoltre, sto lavorando su un progetto in un campo totalmente nuovo che vedrà ovviamente il rap come protagonista insieme ad Angela Morelli aka mia sorella maggiore volata in quella lontana Norvegia. Sono stato chiamato recentemente da una produzione cinematografica svizzera che vorrebbe affidarmi la produzione dell’intera colonna sonora di un film su un giovane campione di Muay Thai Italiano e, purtroppo, anche qui c’è la massima riservatezza al momento.

Piani per il futuro: avere un figlio dalla mia compagna Ludovica, portare un mio disco autoprodotto, senza nessuna censura e/o imposizione artistica ai fini del marketing, alla stessa visibilità mediatica dei dischi dei miei vecchi amici, come di questi baby-gangster da settantanovesimo disco di platino senza neanche un loro feat, andare in classifica con il pezzo più impensabile per voi e anche per me, e rompergli sonoramente il culo con la realtà sotto i loro occhi che 8 su 13 dei loro pezzi sui dischi fanno cacare e soprattutto non dicono un cazzo di niente, se non che: fanno ogni giorno i bocchini al loro ego lubrificandolo con orologi, catenelle, giacche, cinte che più’ che pezzi rap sembrano liste nozze.

 

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