Chi è Poppa Gee?

Abbiamo fatto un’interessante chiacchierata con il misterioso rapper underground milanese Poppa Gee, che fa dell’appartenenza, dell’attitudine e della mentalità hardcore, proprie della scena dei graffiti e della vecchia scuola milanese, la sua bandiera.

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Bella Poppa G, è un grande piacere poterti fare qualche domanda, in quanto per noi sei stato davvero una piacevole scoperta e rappresenti una sorta di “best kept secret” del rap italiano, avvolto, per di più, da un grande alone di mistero. Infatti, da quando sei emerso sui nostri radar da qualche meandro della rete con l’acronimo di Young Pope, spinto sul canale youtube di una leggenda del Rap italiano come Esa, come chiunque ti abbia ascoltato, ci siamo chiesti da dove fossi spuntato e chi fossi in realtà.

Il mix di tematiche e sonorità hip hop “hardcore” e underground, più riferimenti precisi alla vecchia scena milanese del rap e del mondo dei graffiti , con un tono di voce ed una padronanza del microfono da MC esperto…hanno scatenato diverse discussioni sulla tua reale identità. Raccontaci da dove nasce questa tua strategia o esigenza di mantenere questo mistero sulla tua identità? A che fare anche con il writing?

Poppa Gee: “La scelta dell’anonimato ha diverse ragioni di fondo: innanzitutto la volontà di prediligere l’aspetto musicale della faccenda più che quello dell’immagine. Ammesso che ognuno è libero di fare quel che vuole della propria arte e del proprio corpo, mi pare che oggi ci siano molti rappers che passano più tempo negli studi fotografici, oppure dietro la camera di uno smartphone, che in studio. La promozione di un disco è diventata più importante del disco stesso.

Sempre più spesso dietro grandi campagne pubblicitarie si nascondono pessimi dischi. Non di rado il rapporto tra l’esposizione mediatica e qualità dei progetti è inversamente proporzionale.

In secondo luogo, chi non vive di musica, e ha un lavoro non sempre può permettersi di usare liberamente la propria immagine senza ripercussioni: soprattutto se non canta canzoni che parlano di fiori, spiagge e tradimenti”.

Le tue rime sono, infatti, intrise di riferimenti al mondo del writing e alla old school milanese…Cosa ci puoi dire del tuo legame con la scena dei graffiti milanese e con la “vecchia scuola”?

POPPA GEE: “Il mio primo contatto con l’Hip Hop, come ho già ricordato altrove, è avvenuto grazie al writing. Nel ’94 un compagno di scuola mi mostrò una fanzine che si chiamava Tribe (detto tra parentesi una delle riviste più potenti e stilose sul fenomeno del writing). Ero in seconda media. Andai immediatamente fuori per quel mondo fatto di linee e di colori. 

Il mio amico me la regalò ed io iniziai a copiarla e ricopiarla in ogni suo minimo particolare. Pochi mesi dopo, sempre lo stesso compagno mi parlò del rap. Con lui, che era stato bocciato più volte e quindi era più grande di me, andai al Wag.  Lì comprai altre fanzine, i caps e vidi i primi ragazzi con i pantaloni larghi, i piumini xl, le felpone col cappuccio.

Da allora mi misi a cercare informazioni. Insieme ad alcuni amici, nei doposcuola, andavamo alla ricerca di tags, throw up e murate un po’ ovunque nella periferia nord/nord-est di Milano: Sesto San Giovanni, Cologno, Vimodrone. Iniziammo a bazzicare i diversi punti di ritrovo frequentati da writers, bboys e skaters. Piano piano tutto iniziò a prendere una forma sempre più definita e soprattutto capii che c’era un collegamento tra le varie discipline.

Inoltre, e fortunatamente, abitavo allora in una casa situata lungo la linea ferroviaria cosicché ebbi modo di assistere all’esplosione del writing sul metallo.  Da lì in poi il writing mi ha coinvolto per diversi anni. In tutta sincerità non sono mai stato un bomber, piuttosto un writer da hall of fame. 

Mi ha sempre attratto la dimensione di convivialità che il dipingere insieme comporta: lo spirito della jam, il cazzeggio. Ancora oggi, mi sento più a mio agio tra i writers che tra i rappers. È, penso, una questione di mentalità”.

Come dicevamo ti abbiamo scoperto grazie ad Esa che ti spingeva e produceva come Captain Futuro già nel 2018. Qual’è il vostro legame? Come vi siete conosciuti?

POPPA GEE: Esa è stato un punto di riferimento per me. Ho ascoltato tantissimo la sua musica. Ci separano una decina d’anni eppure ho sempre guardato a lui come a un esempio. Già nei ’90 era avanti anni luce. A mio avviso, per limitarci all’aspetto musicale, è uno dei rapper più potenti che l’Italia abbia mai avuto. 

Quasi tre anni fa, dopo avere registrato Holy Shit Mixtape, l’ho contattato per provare a fare qualcosa insieme. Abbiamo iniziato con un pezzo e poi, nell’arco di pochi mesi, abbiamo registrato diversi EP e alcuni singoli. 

Io avevo già molti testi scritti e lavorare con lui mi ha stimolato ulteriormente. Ho imparato molto. Quando hai a che fare con i mostri di ‘sta cultura non puoi permetterti di non dare il massimo. Abbiamo fatto delle vere e proprie maratone notturne di registrazione. 

In alcuni casi ho avuto anche la fortuna di assistere alla produzione dei beats che di lì a poco avremmo usato. Anche se ultimamente non è facile incontrarsi ci sentiamo spesso per scambiarci pareri  e consigli sulla musica.”

Nei tuoi pezzi non nascondi la nostalgia per quell’attitudine underground, hardcore e verace della scena Hip Hop del passato, rispetto a quella odierna, in cui, invece, conta più l’apparire sui social che il rap e lo stile. Sembra nelle tue rime tu abbia l’esigenza di sfogarti contro questo sistema, come se ti avesse derubato di qualcosa che andava ben oltre la musica…

Cosa e chi ti ha spinto a prendere (o riprendere) in mano il microfono per toglierti qualche sasso dalla scarpa?  Come e perché, secondo te, è evoluto (o involuto)  il panorama della scena rap italiana? In cosa invece si può dire abbia fatto passi in avanti dal tuo punto di vista?

POPPA GEE : Innanzitutto ho sempre prediletto il rap che parla di rap o, in in senso lato, di ciò che ha a che fare con la cultura Hip Hop, le sue varie discipline, la sua storia. Mi piacciono le strofe in cui ci sono citazioni, richiami, dissing. Anagraficamente vengo dal rap anni ’90: ho ascoltato e continuo ad ascoltare la musica di quel decennio come pure quella dei primi Duemila. 

Ciò detto non significa che non riesca ad apprezzare anche quanto è stato fatto dopo, anzi. Ascolto di tutto e poi filtro: prendo quanto mi stimola e lascio quanto mi asciuga. 

In questo senso i riferimenti ad alcune icone dell’Hip Hop nostrano e internazionale che faccio nelle mie canzoni vanno letti sia come un tributo, un ringraziamento, che come una precisa volontà di rivendicare una continuità tra quanto c’era una volta e quel che oggi c’è.

Insomma più che parlare di vecchie o nuove generazioni preferirei parlare di bella o brutta  musica”.

Ho iniziato a fare rap quando quello che ascoltavo in giro ha iniziato a piacermi sempre meno. Il mio obiettivo è sempre stato quello di mostrare agli altri rappers, non al pubblico dei talents, quanto valgo: non mi rivolgo a tutti, ma solo a chi era ed tutt’oggi è in questo viaggio, chi ha determinati valori, un certo tipo background e soprattutto un certo tipo di visione. 

So anche che per molti ciò rappresenta un mio limite. Cosa dire: ascoltino altro.

“La scena italiana come tutte le altre è molto varia ed è giusto così. Oggi c’è spazio per tutti. Ci sono tantissimi artisti potenti, alcuni anche molto giovani e poco conosciuti. Gli strumenti e la tecnologia hanno velocizzato ogni cosa in maniera sorprendente: si riesce a fare in una settimana il lavoro che prima richiedeva un anno. 

Ciò significa che la competizione è incessante e il ricambio è continuo. Per quanto mi riguarda, al netto di alcuni aspetti critici (non perché tutti possono fare musica devono necessariamente fare musica), è un bene. 

Per fare un esempio di fronte ad artisti non mainstream, a volte indipendenti, ma comunque validi che pubblicano sei o sette dischi all’anno, trasformando profondamente dal basso il gioco, chi, sotto l’ala protettrice di una major, era abituato a campare di rendita con un album pacco ogni tre anni, oggi si deve dare da fare se non vuole rimanere tagliato fuori”.

Senza dubbio, ascoltando la tua musica, si sente, non solo l’influsso del rap anni ‘90, ma anche di quello del movimento Hip Hop underground statunitense, rinato negli ultimi anni grazie a gente come Roc Marciano, prima, e Griselda, poi, che hanno sfondato le porte del mercato per tanti fortissimi rapper e produttori, aprendo una breccia nel “matrix” del mainstream… 

Come ti ha influenzato e che idea ti sei fatto di questa sorta “rinascimento” ? Credi che anche in Italia ci sia spazio nel mercato per una rinascita della scena underground? Quali sono gli album di rap italiano che hai ascoltato di più nel 2020? E non italiani?

POPPA GEE: “Per chi ascolta rap americano, e non è del tutto ovvio come potrebbe sembrare, nella mia musica le influenze che hai citato, insieme a molte altre, sono evidenti: da Marciano a Conway, da Estee Nack a Pounds 448, da God Fahim a Eto, passando per Al Divino e Your Old Droog

Ora se è vero che sono tutti promotori di un suono underground, a volte più come approccio che come numeri, non si può dire, però ,che da un punto di vista strettamente artistico siano una novità assoluta. E lo dico in senso positivo”.

 “Per fare qualche esempio: nei dischi della Griselda io ci ritrovo molto il Wu Tang Clan; come suoni, come liriche e attitudine. (Non a caso alcuni membri del Wu Tang, quasi a voler sottolineare una certa affinità, hanno collaborato con i membri di Griselda). Nei viaggi allucinati e psichedelici di Al Divino ci vedo molto MF Doom

Il filo rosso che lega Your Old Droog a Nas è sotto gli occhi di tutti. Come dicevo poco sopra tutti questi artisti hanno preso molto dalla tradizione classica del rap e l’hanno poi rielaborata. Conoscerla mi ha aiutato ad apprezzarli ancora di più. Onestamente io li vedo nel segno della continuità, più che in quello della rottura. In questo senso non so dire se il termine “Rinascimento” sia il più adatto. Per me oggi loro sono i nuovi classici. Se sono riusciti a crearsi un loro spazio è perché il campo in cui giocano è già stato preparato da chi li ha preceduti”.

A proposito sei uscito da poco con un singolo con un altro rapper underground milanese, ovvero, Jangy Leeon, com’è nata questa collaborazione? E con che altri progetti uscirai prossimamente?

POPPA GEE: “Ho registrato tantissimo nello studio di Jangy Leeon e Jack The Smoker. Dopo due anni di sessioni probabilmente hanno iniziato ad apprezzare quel che facevo, a vedere l’evoluzione del mio percorso, ed abbiamo collaborato. Il pezzo con Jangy , prodotto da Gio Lama, si intitola “’96 Mentality”, mentre per rimanere in casa Caveau Studio, il pezzo con Smizy, prodotto da Jaybee Vibes, si chiama “La crew di giù”. 

Tutto si è svolto in maniera spontanea, per il piacere di fare musica insieme e stare bene”.

Un’altra tua peculiarità è sicuramente il fatto di essere un rapper estremamente prolifico: l’anno scorso hai fatto uscire tantissimi progetti, lavorando, soprattutto, con un solo producer alla volta come il romano Mr.Phil, Fat Fat o Gio Lama… Perchè questa tua predisposizione a lavorare con un solo beatmaker? Cosa ti porta ad essere così costante e prolifico? Qual’è il tuo approccio in studio di registrazione?

POPPA GEE: “Gli Ep con Fat Fat Corfunk, Mr Phil e Gio Lama sono i miei ultimi progetti grossi. In tutti e tre i casi, come hai giustamente potuto notare, è presente la cosiddetta formula mc/producer. Ma se andiamo indietro nel tempo  vedrai che ciò è vero fin dai miei esordi: mi riferisco alla decina di EP fatti insieme a Esa e a Looppolo.

Insomma è una costante del mio percorso. Le motivazioni sono, ovviamente, molteplici: la prima, la più banale, è che mi piace il “suono”, in senso lato, di ciascuno dei produttori con cui ho collaborato sino ad oggi”. 

Dal momento che questo “suono” ha una storia, risente cioè di determinate influenze che ogni volta conducono ad esiti diversi, trovo stimolante esplorarlo fino in fondo, coglierne ogni sfumatura. Ovviamente, secondo le mie potenzialità ed i miei personalissimi gusti. È un piacere e allo stesso tempo un esercizio che mi spinge a mettermi alla prova e a migliorarmi. Va da sé dunque che per riuscire nel mio intento una canzone non basta” .

“Aggiungo, infine, che ogni EP riflette un determinato momento. Non tanto dal punto di vista biografico ma, più propriamente, da quello della  scrittura. Di base, non ho mai un piano prestabilito: scrivo un testo dopo l’altro e man mano che procedo intravedo un possibile disegno. Quando avverto che il cerchio si è chiuso il disco è pronto. Talvolta questo mio approccio si è rivelato vincente, altre meno. Non facendo musica per lavoro posso, se così si può dire, permettermi di sbagliare. Non devo rispondere a nessuno se non a me stesso e agli amici con cui collaboro”.

“Una differenza, sul piano strettamente tecnico, tra i primi e gli ultimi progetti c’è ed è dovuta esclusivamente all’emergenza sanitaria in cui ci ritroviamo a vivere oggi. Con Esa e Loppolo siamo stati in studio assieme. “Milano non esiste”, “The Hiroo Onada”, “A Dio piacendo”, sono invece lavori fatti a distanza. 

Ciò detto, l’amore, l’impegno e  l’energia profusi sono gli stessi di sempre”.

Ormai sembri averci preso davvero gusto, come se volessi sfondare qualche cancello, o forzare qualche grata per entrare “nel gioco” e smascherare qualche toy… Quali sono i tuoi piani per il 2021? Ci puoi dare qualche particolare dei tuoi prossimi progetti?

POPPA GEE: Ho un po’ di lavori già avviati o comunque quasi conclusi che usciranno nella prima metà del 2021. Inoltre ho in ballo alcune situazioni con dei giganti di cui preferisco non parlare fino a quando non vedranno la luce. Come si dice: il disco migliore è sempre quello dopo!”

Poppa Gee

 

 

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